(Marzia Giglioli)
Un faccia a faccia lontano dalle telecamere dopo settimane di gelo. Donald Trump e Benjamin Netanyahu nello Studio Ovale si sono intrattenuti per oltre un’ora per affrontare il tema Iran e cercare di ricucire i rapporti dopo le recenti tensioni e le dure stoccate. ‘E’ stato un ottimo incontro’, ha sintetizzato Trump e la frase ha inondato i media mondiali. ‘Un incontro eccellente, all’insegna della piena collaborazione’, ha sottolineato in un video sui social lo stesso premier israeliano sottolineando che ‘l’obiettivo comune con Donald Trump è che Teheran non si doti dell’arma atomica’.
Gli Stati Uniti e Israele sono ‘pienamente allineati’ sull’Iran, ha fatto eco Doron Spielman, portavoce di Netanyahu, parlando con l’agenzia Bloomberg. ‘Sosteniamo qualsiasi strada che il presidente scelga’, ha aggiunto il portavoce minimizzando le divergenze su come procedere in Iran e spiegando come nel corso dell’incontro non si sia parlato degli F-35 alla Turchia, un tema di forte attrito fra i due alleati e che aveva fatto infuriare Trump. ‘Nessuno mi dice a chi dobbiamo venderli’, ripete da giorni il presidente americano, criticando Netanyahu per aver obiettato all’operazione ipotizzata durante il viaggio ad Ankara per il vertice della NATO. Qialche bacchettata pubblica comunque c’e’ stata, con il presidente USA che ha ‘sgridato’ Netanyahu per aver annunciato di avere nuove informazioni di intelligence sull’espansione dell’attività iraniana nel sito nucleare di Pickaxe Mountain.
‘Non ho bisogno che Bibi me lo dica: sappiamo esattamente quello che sta accadendo. Lo dice perché vuole che restiamo coinvolti in Iran’. Un tono abbastanza piccato che lascia trapelare il risentimento di Trump nei confronti dell’alleato che gli analisti traducono nel fatto che Trump lasci intuire più che un ‘risentimento’ nei confronti dell’alleato e che gli attribuisca la responsabilità di avergli assicurato un lavoro rapido e veloce in Iran con un sicuro cambio di regime. La guerra invece è ormai entrata nel sesto mese e la nuova leadership iraniana appare più dura della precedente, oltre a essere – secondo l’intelligence americana – più interessata a dotarsi di un’arma nucleare.
Il quotidiano Haaretz commenta, all’indomani dell’incontro, che ‘mentre Trump prende le distanze, non bisogna sottovalutare l’influenza di Netanyahu a Washington’ ma in un’altra analisi aggjunge che i sorrisi mascherano le crepe e parla delle ‘distanze’ di Trump e della ‘disperazione’ di Netanyahu. Entrambi si stanno confrontando con le rispettive promesse di questi mesi e sono impegnati in elezioni cruciali dovendo fare i conti con l’esterno e l’interno che li circonda.
Il malumore di Trump cresce intanto proporzionalmente a un’America sempre più scettica nei confronti di Israele e Netanyahu. Fra i democratici le critiche dilagano e di recente 100 liberal alla Camera hanno votato a favore del taglio degli aiuti a Israele. Il sindaco di New York Zohran Mamdani ha alzato il tiro chiedendo al governo federale di arrestare il premier israeliano sulla base di quanto deciso dalla Corte Penale Internazionale in quanto “architetto del genocidio a Gaza”.
Malumori sono sempre più evidenti anche in casa dei repubblicani, soprattutto fra i non interventisti. ‘Netanyahu ha visitato due volte la Casa Bianca negli ultimi 18 mesi e tutte e due è stato un disastro per l’America First’, ha tuonato l’ex stratega della Casa Bianca Steve Bannon dando voce alla frustrazione degli alleati del presidente preoccupati dalla possibilità che il premier israeliano convinca Trump a una escalation. ‘Al momento il premier israeliano è una sorta di fonte di problemi. Questa guerra ha assorbito gli ultimi cinque mesi e mezzo e non se ne vede una soluzione chiara’, ha commentato un ex funzionario dell’amministrazione. I repubblicani, anche quelli a favore della guerra, seguono comunque con preoccupazione consapevoli che, più il conflitto andrà avanti, meno sono le chance di una loro vittoria a novembre.
Intanto la guerra segna una nuova escalation. Nella notte Teheran ha lanciato un attacco missilistico contro una base americana in Giordania. La risposta non si e’ fatta attendere: raid di Stati Uniti e Arabia Saudita in Iraq con almeno 20 morti. E il greggio si impenna di nuovo.



