(Marzia Giglioli)
C’e’ qualcosa che unisce la crisi dei subprime e la guerra nel Golfo: la prima “divorò” l’economia mondiale, la seconda rischia di fare lo stesso. E, se per 5 mesi il mercato ha tutto sommato tenuto, la fase più difficile rischia di innescarsi ora. Il secondo blocco di Hormuz potrebbe rivelarsi molto più pesante, ma è meno percepito perchè il primo non ha avuto effetti così gravi come si temeva e un certo ottimismo pervade i listini che sperano in un nuovo spiraglio tra Usa e Iran. Il greggio oscilla tra 90 e 100 dollari al barile e Goldman Sachs rivede le stime e parla di Brent a 120 dollari al barile entro il quarto trimestre. La riduzione delle scorte rende tutto più sensibile a uno shock globale.
Per i subprime il punto di crisi fu la bolla immobiliare, per la guerra in Iran il fattore Hormuz è ora la bomba energetica: ma la domanda per entrambe le crisi è identica, allora come oggi: ma non poteva essere previsto (ed evitato) ?
Per i subprime a porre una domanda così semplice fu la Regina Elisabetta II che, nel novembre del 2008, si rivolse agli accademici della London School of Economics che ammisero il proprio fallimento: non avevano capito i rischi dell’intero sistema. Quell’economia mainstream costruita intorno a teorie largamente condivise e insegnate come dogmi aveva fallito.
Tutto era legato all economia neoclassica e proprio questa si era dimostrata miope. Oggi è la guerra neoclassica a dimostrare tutte le sue falle: anche se i droni e l’intelligenza artificiale sembrano cambiare le cose, purtroppo le impostazioni sono identiche a prima.
Per i subprime, nacque dal basso la voglia di guardare in modo diverso all’economia e si affermò la post-crash economics society, un’associazione di studenti che – dall’Università di Manchester – lanciarono un appello che si allargò negli atenei di tutto il mondo e cambiò molte cose. Oggi, prima che sia troppo tardi, servirebbe una post-crash geopolitics capace di cambiare visioni e paradigmi.



