(Redazione)
Just Security nota che il conflitto in Sudan viene spesso descritto come una guerra civile tra le Forze Armate Sudanesi (SAF), sostenute dal governo, e le Forze di Supporto Rapido (RSF), un gruppo paramilitare. Tuttavia, i fattori più determinanti che alimentano il conflitto si trovano al di fuori dei confini del Sudan, dagli Stati stranieri ai contractor militari privati, fino alle reti transnazionali di contrabbando e traffico di esseri umani, che hanno trasformato il Paese in un mercato della violenza. Attori stranieri perseguono i propri interessi dall’estero, mentre il popolo sudanese ne subisce le conseguenze devastanti. Nel suo nuovo rapporto, Human Rights Watch (HRW) conferma precedenti scoperte, corroborate da altre organizzazioni investigative, tra cui Sentry e Conflict Insights, secondo cui l’operazione degli Emirati Arabi Uniti (EAU) di fornitura di armi e mercenari colombiani alle RSF è collegata ai più alti livelli del governo degli EAU. L’interesse di Abu Dhabi per il Sudan includerebbe, a quanto pare, l’ambizione di sfruttare le risorse naturali del Paese e l’accesso al porto sul Mar Rosso. I movimenti mercenari seguono molte delle consolidate rotte di approvvigionamento di armi degli Emirati Arabi Uniti verso il Darfur, come documentato dal Panel di esperti delle Nazioni Unite, dagli investigatori internazionali e dalla comunità dell’intelligence, a dimostrazione di quanto siano radicate queste reti di traffico. Durante tutto il conflitto, le Forze di Supporto Rapido (RSF) hanno ricevuto un rifornimento continuo di armi dagli Emirati Arabi Uniti, spesso trasportate per via aerea con tattiche clandestine come radar che scompaiono o decolli non registrati, soprattutto nel periodo precedente alle principali offensive e alle atrocità. Inizialmente, le spedizioni di armi provenienti dagli Emirati transitavano attraverso il Ciad, ma con l’intensificarsi del controllo internazionale, sono state gradualmente reindirizzate e diversificate attraverso altri paesi confinanti con il Sudan. Molti di questi punti di transito sono inoltre collegati a finanziamenti degli Emirati Arabi Uniti o, secondo alcune fonti, sono stati istituiti da cittadini degli Emirati Arabi Uniti in coordinamento con le autorità regionali.



