(Carlo Rebecchi)
La guerra tra Stati Uniti e Iran è, di fatto, ripartita. Il capo del Pentagono, Hegseth, ha precisato in una conferenza stampa che la tregua in atto “non è finita”. La realtà, però, è che la tregua con scadenza “indeterminata” concessa da Donald Trump si sta trasformando in una vera e propria battaglia navale nello Stretto di Hormuz. Nella notte gli iraniani hanno bombardato con missili balistici, da crociera e droni gli Emirati Arabi Uniti, che hanno “risposto attivamente”, secondo le autorità dell’emirato.
La battaglia vera si è svolta in mare, nello Stretto, ora principale obiettivo americano. A un certo punto gli iraniani hanno annunciato di aver colpito con due missili una nave da guerra americana, ma l’US Navy ha smentito. Poco dopo le cacciatorpediniere USS Truxtun e USS Mason si sono infilate di prima mattina per entrare nel Golfo, impresa – in tempi normali – di qualche ora. Le due unità ci sono riuscite, invece, soltanto dopo duri scontri con gli iraniani, superati grazie agli elicotteri “apache” di scorta. Senza perdite.
Un “regalo degli Stati Uniti al mondo” è stata la dedica che dell’operazione – battezzata “Project Freedom” – ha fatto Trump dagli Stati Uniti. Dimenticando di aggiungere che se lo Stretto di Hormuz è ora nella mani degli iraniani, che lo usano come arma negoziale, è conseguenza della guerra cominciata 65 giorni fa proprio dall’inquilino della Casa Bianca.
Lo scontro armato di oggi, ha precisato Hegseth, non mette fine alla guerra perché l’operazione “Project Freedom” non è contro l’Iran ma ha come missione di fare la scorta alle navi che riceveranno dall’Iran il permesso di transitare attraverso lo Stretto. Per quanto tempo non si sa. Molti osservatori sono sempre più convinti che l’Iran si sia reso conto della quasi impossibilità per Trump di ricominciare una guerra della potenza di questi due mesi, e puntano a fargli accettare le loro condizioni base, cioé la separazione della questione Stretto dall’eventuale negoziato sul nucleare.
Non passano ovviamente inosservati, a Teheran, gli effetti che la guerra ha sugli americani negli Stati Uniti, dove importanti elezioni di mid-term si svolgeranno in novembre: indice di gradimento del presidente al minimo storico, aumento dell’inflazione e del prezzo della benzina. Senza contare il costo della spedizione militare nel Golfo e i contrasti politici che ha provocato con gli alleati europei della Nato.
Trump, secondo quanto scrive Axios, si sentirebbe “frustrato” per l’impossibilità di riuscire a fare decollare il negoziato, per il quale continuano a lavorare i mediatori pakistani del premier Shebaz Sharif. Il pericolo è che, quando la sua pazienza sarà finita, Trump decida di lasciare la strada della (sua e discutibile) diplomazia e imbocchi quella di nuovi bombardamenti.



