(Marzia Giglioli)
A poche ore dall”attentato a Trump, impossibile non pensare che il clima, ovunque, abbia il sapore dell’odio, interpretato come ‘necessario’ per risolvere i conflitti. È un ragionamento che si ripete ogni volta che assistiamo ad atti di violenza, ma c’è ormai qualcosa di sistemico nella violenza che viviamo ed è il fattore comune che pone l’odio come un ‘mezzo’ sdoganato dalla contrapposizione permanente. Lo si condanna, questo male opposto al bene e alla morale, ma lo si ripete nei piccoli ‘odi’ di tutti i giorni, nella faziosità dei ragionamenti, nella contrapposizione acritica.
Finiamo con l’accettare di fatto che l’odio sia davvero necessario e costruiamo così ll tramonto della civiltà: preferiamo definirlo tramonto perché la notte costituirebbe davvero la fine della storia.
C’è ormai un lirismo totalmente belligerante e distruttivo in questa società che siamo noi. Lo racconta anche un brano metal, che descrive l’odio ‘necessario’ che ormai non tenta nemmeno di nascondersi, se non dentro nuovi confini che una volta non sarebbero stati valicabili, almeno nelle ipocrisie più correnti. Il male ha il suono grezzo, acido e sporco come quello delle chitarre di questo brano che colpiscono fino in fondo.
Ha lo stesso suono delle parole che ascoltiamo anche se non ci piacciono e allle quali non reagiamo. I tempi, quelli giusti, stanno, invece, tra una nota e un’altra, in quella musica che può stridere o incantare e noi dobbiamo scegliere tra il male di Caino e quello che vogliamo essere.



