(Carlo Rebecchi)
La tregua fortunatamente si allunga ma il negoziato che dovrebbe portare alla pace non decolla. Stati Uniti e Iran vorrebbero la fine della guerra – se no, perché prolungare il cessate il fuoco? – ma non riescono a spostare, o quanto meno a contornare, gli ostacoli che come macigni ostruiscono la strada della de-escalation. Donald Trump e i suoi interlocutori iraniani sono entrambi prigionieri nella stessa trappola, che ha un nome preciso: Homuz. Trump tiene bloccato lo Stretto, con la US Navy, per soffocare Teheran nel suo petrolio, che nessuno può imbarcare nelle petroliere che aspettano fuori dal Golfo. Un comportamento “da pirati”, denunciano gli iraniani. Che a loro volta si comportano da pirati perché lo stretto lo hanno bloccato per primi (sia pure in risposta all’aggressione di Stati Uniti e Israele), trasformando l’arteria che alimenta le economie mondiali in un’arma di ricatto.
La domanda, ora, è se, e chi, cederà per primo e, invece del braccio di ferro, sceglierà la via del dialogo, cioè della diplomazia. Eccezion fatta per Stati Uniti e Iran – con l’aggiunta di Israele, l’alleato dell’America che guardando oltre che a Teheran oltre che al Libano, continua a ripetere che “il compito non è ancora finito” – tutti gli altri paesi dicono di volere che i bombardamenti si fermino. Giganti come Cina e India in primo luogo, che per questo sono insieme con il Pakistan i “mediatori” più attivi. Non per buonismo, ovviamente, ma perché un grande recessione mondiale potrebbe far ripiombare nel sottosviluppo paesi che prima di questa guerra stavano per uscirne. I belligeranti dovrebbero quindi fermarsi se non altro per necessità ma l’ostacolo è che, su questa strada, non tutti hanno la medesima fretta.
A voler la pace prima di tutti gli altri è Trump, che sta distruggendo tutti i sogni che aveva fatto nascere nelle menti del popolo MAGA: niente più soldati americani in giro per il mondo, il benessere ci sarà negli States, aveva promesso. Persino negli Stati dove i conservatori erano i più forti oggi c’è chi rimpiange i tempi passati. E, quanto alle guerre, a Trump – che afferma di averne fatto finire dieci con la pace da quando è stato rieletto – c’è chi rinfaccia apertamente l’aggressione all’Iran. La “trappola” che molti suoi collaboratori, non ultimo il suo vice JD Vance, avevano previsto ma le cui messe in guardia erano state ignorate dal “boss”.
Vorrebbe voltare pagina senza pensarci due volte, Trump, ma non si sente probabilmente di farlo perché consapevole del fatto che un suo cedimento davanti al regime degli ayatollah verrebbe interpretato nel mondo intero come una sua sconfitta personale: la più potente nazione del mondo sconfitta per l’imperizia del suo “Number One”. Una visione che lo stesso Trump ha alimentato con le sue dichiarazioni fuori misura, con le dure minacce più spropositate, come quella di voler cancellare la civiltà iraniana, se necessario al suo progetto. Una sconfitta, anche solo apparente, minaccerebbe sia il risultato delle elezioni di mid-term sia la sfida con la Cina per la supremazia mondiale.
L’Iran, bombardato come non si era mai visto nella storia – per un passaggio ancora superiore è mancato soltanto l’uso dell’arma nucleare -, ha resistito e, nell’ora dei bombardamenti, secondo diversi commentatori i vertici della dittatura – certamente in crisi tanto da attuare nei mesi scorsi una repressione che avrebbe provocato almeno 40mila morti – si sarebbero ricompattati per far fronte all’aggressore. Salvo poi, come si sta vedendo in queste ore, spaccarsi sulla scelta fondamentale di queste ore: guerra o negoziato? La confusione – negoziare si, negoziare no – è soprattutto frutto dello scontro tra i guardiani della rivoluzione, i pasdaran, più radicali, e l’ala più moderata e riformista che fa riferimento al clero sciita. Gli omicidi mirati con i quali Israele ha decimato negli ultimi tempi parte della leadership politica iraniana ha di fatto eliminato quella “classe media”, anche per età, di cui ci sarebbe bisogno oggi per “parlarsi” anche tra iraniani.
In attesa degli eventi, senza alcuna idea di quali potranno essere, la cosa più visibile è l’isolamento degli Stati Uniti, sempre più evidente. Anche perché Trump – dopo essersi giocato i rapporti con gli alleati europei della Nato – come alternativa al blocco attuale ha soltanto la possibilità di alzare il livello della minaccia: poiché vuole fare in fretta, rischia di prendere scorciatoie che potrebbero rivelarsi ancora più pericolose di quanto vediamo oggi.
L’Iran, invece, non ha mai avuto in mano carte migliori. I suoi droni e i suoi missili non sono stati eliminati come Trump ha detto tante volte, l’uranio arricchito sepolto sotto le macerie dei siti nucleari martellati da americani e israeliani. Il controllo dello Stretto di Hormuz permette a Teheran, per ora, di ricattare il mondo in attesa della migliore offerta. Non c’è che da fare il tifo per i “mediatori”: Cina, Pakistan e Turchia in particolare.



