Il ciclone Trump spazza il presente, L’Europa disegna il suo futuro

(Carlo Rebecchi)

Se le crisi politiche, come i cicloni e le grandi tempeste, avessero un nome, potremmo scrivere oggi che in meno di 24 ore, tra domenica e lunedì, il “ciclone Trump”, che da 46 giorni imperversa sul Medio Oriente, ha raggiunto con fortissimi venti l’ Europa occidentale, abbattendosi anche sulla Stato della Città del Vaticano e sull’Italia. E il bollettino aggiungerebbe che i servizi competenti, preso atto della situazione, hanno stabilito gli opportuni contatti per favorire quanto prima il ritorno alla normalità.

L’ eccezionalità dell’accaduto balza agli occhi, e lascia addirittura increduli quando – fuori dalla metafora – si scopre che il bersaglio del “ciclone Trump” è addirittura il papa dei cattolici, Leone XIV. “E’ un debole, e pessimo in politica estera, sull’ Iran ha detto cose sbagliate”, attacca Donald per il quale il papa sarebbe stato eletto proprio grazie a lui. Dall’Algeria, dove si trova in visita, la replica di Leone: “Non ho paura. E non ci discuto. Proclamo a voce alta il messaggio del Vangelo: basta con le guerre”.

La tempesta Trump colpisce anche l’Italia e il capo del governo, Giorgia Meloni. “Agli italiani – chiede Trump alla giornalista che lo intervista – piace che la vostra presidente del Consiglio non ci stia dando alcun aiuto per ottenere il petrolio? Non posso immaginarlo. Sono deluso da lei. Pensavo che avesse coraggio, mi sono sbagliato. Dice che l’Italia non vuole essere coinvolta. (…). Pensa che l’America dovrebbe fare il lavoro per tutti”.

Due storie diverse che, secondo gli analisti, non potranno – ciascuna nel proprio ambito – non far sentire il loro peso sugli avvenimenti politici che stiamo vivendo. “L’insulto” di Trump al papa, come molti giornali hanno scritto, ha accomunato nelle critiche i credenti e i non credenti. Possibile, si chiedono tanti, che si possa scendere ad un livello di barbarie così alto?

La critica di Trump al Presidente del Consiglio italiano, è giunta improvvisa dopo che finora il titolare della Casa Bianca si era sempre espresso su Giorgia Meloni in termini positivi, e lei aveva sempre cercato di presentarne la politica in termini costruttivi. Un “idililio” durato fino all’altro ieri quando Meloni, interpretando anche la richiesta dell’ opinione pubblica del Paese, si è schierata al fianco di papa Leone e ha definito “inaccettabili” le parole di Trump sul Pontefice.

Prima e dopo le 18,03, l’ora in cui secondo quasi tutti i commentatori politici italiani si è verificata quella che viene definita “la rottura politica” tra Donald e Giorgia, ci sono stati a livello diplomatico tentativi per trovare una via d’uscita che non fosse traumatica. Ma non c’è stato nulla da fare, anche perché Trump, davanti all’apparente impossibilità di trovare una via d’uscita dalla trappola dello Stretto di Hormuz in cui sembra essersi perso, appare sempre più irritato verso gli alleati europei della Nato che, a suo dire, non lo aiutano ma aspettano che a risolvere tutto siano gli Stati Uniti.

Grazie al rapporto tra Trump e Meloni, l’Italia è stata, fin dall’inizio della crisi iraniana, il paese più vicino a Trump. Poi, quando a Roma ci si è resi conto della non piena affidabilità del presidente americano (prima i contrasti sul finanziamento della Nato e poi la vicenda dei dazi), il rapporto si è gradualmente spostato verso un riavvicinamento all’ Europa, grazie all’ottima intesa tra Meloni e la presidente della Commissione Ursula von der Leyen.

La guerra dichiarata all’Iran da Stati Uniti e Israele, senza alcuna comunicazione preventiva agli alleati, è stata per gli europei uno schiaffo reso ancora più bruciante dalla consapevolezza che, almeno fino a quando alla Casa Bianca ci sarà Trump, l’America non sarà più un alleato sicuro e pienamente affidabile, come hanno del resto confermato le pretese americane sulla Groenlandia.

L’Italia di Meloni si è così maggiormente integrata nel gruppo dei cosiddetti “Volonterosi” il cui nucleo centrale è costituito da Gran Bretagna, Francia, Germania, Olanda, Canada e Italia. Il potenziale nucleo che aggregherebbe “chi vuole esserci” darebbe vita, secondo quanto indicato anche da Mario Draghi nel suo “Rapporto per l’Europa”, a quello che dovrebbe diventare in una decina di anni il pilastro europeo dell’Alleanza Atlantica.

Il ciclone (Trump), come succede nel meteo, non lascia nulla come prima, ma genera altro: è successo in Danimarca (Groenlandia) e sta succedendo in Ungheria (il dopo Orban).

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