Oltre la guerra in Iran, Medio Oriente e Golfo
‘Anche nel migliore dei casi, non ci sarà un ritorno netto allo status quo ante’, ha affermato Kristalina Georgieva, direttrice generale del Fondo Monetario Internazionale all’evento di apertura degli Spring Meetings del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale. Mentre i ministri delle finanze e i governatori delle banche centrali si riuniscono a Washington, D.C., devono affrontare uno shock energetico globale senza precedenti, causato dalla guerra con l’Iran e dalla chiusura dello Stretto di Hormuz. Gli impatti del conflitto persisteranno a lungo, indipendentemente dall’esito del precario cessate il fuoco e dagli sforzi per riaprire lo stretto alla navigazione internazionale. Analisi degli esperti di Atlantic Council
L’annuncio di un blocco navale contro le navi che tentano di entrare o uscire dallo Stretto di Hormuz sembra voler punire l’Iran per non aver accettato quella che il vicepresidente J.D. Vance ha definito “l’offerta finale e migliore” per una soluzione di pace, presentata durante i colloqui di Islamabad. Il cessate il fuoco temporaneo proposto dal Pakistan prevedeva la revoca delle restrizioni iraniane alla navigazione nello Stretto “come gesto di buona volontà”. Ciò non è avvenuto, a causa delle controversie sull’applicazione del cessate il fuoco a Israele e alla sua guerra in Libano. – Analisi di Marc Weller per Chatham House
Nella guerra, lo Stretto di Hormuz rappresenta un collo di bottiglia sempre più critico. Dall’inizio delle ostilità, il traffico marittimo attraverso lo Stretto è stato pressoché inesistente e l’imposizione di un blocco navale da parte del presidente Trump complica il quadro. Nel frattempo, il fallimento della votazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del 7 aprile per la riapertura dello stretto, con il veto di Cina e Russia, dimostra che la comunità internazionale non ha soluzioni immediate per contrastare l’influenza dell’Iran. Eppure, esiste una soluzione diplomatica immediata, alla portata di tutte le parti coinvolte, se solo scegliessero di perseguirla: un corridoio umanitario attraverso lo Stretto. Sebbene l’impatto della guerra sul commercio globale sia stato particolarmente catastrofico, anche altri conflitti, come la guerra civile siriana e l’invasione russa dell’Ucraina, hanno causato interruzioni commerciali. Tuttavia, è sempre stata prevista un’eccezione fondamentale: i corridoi umanitari, negoziati separatamente e prima di qualsiasi accesso commerciale più ampio. Analisi di Sam Vigersky per Council on Foreign Relations
Dopo lo stallo dei colloqui tra USA e Iran, è improbabile che il blocco di Trump costringa rapidamente l’Iran a cedere: la pressione economica impiega tempo a produrre i suoi effetti. Entrambe le parti vorranno riprendere i combattimenti? Probabilmente no, dato che il cessate il fuoco concede loro il tempo di riorganizzarsi. Più tempo avrà Teheran, meglio potrà prepararsi per una eventuale ripresa dei combattimenti. L’onere di riprendere le ostilità ricadrà probabilmente su Trump. Israele e gli stati arabi del Golfo lo hanno esortato a concludere il lavoro. Il dilemma, per Trump, rimane lo stesso di prima dell’entrata in vigore del cessate il fuoco: come tradurre il deterioramento delle risorse militari iraniane in concessioni politiche. La consapevolezza di questo dilemma potrebbe indurre la Casa Bianca a riconsiderare le proprie opzioni diplomatiche. Il Pakistan e altri Paesi premono per la ripresa dei colloqui. Ma abbandonare il blocco appena annunciato potrebbe comportare costi diplomatici e politici considerevoli per Trump e potrebbe convincere Teheran che l’intransigenza sia la strategia vincente. Trump si trova di fronte a decisioni importanti e qualunque scelta egli compia avrà conseguenze a catena in tutto il mondo. Analisi di James M. Lindsay per Council on Foreign Relations
USA in Venezuela
A partire dal 2000, il sostegno costante degli Stati Uniti nell’ambito del Piano Colombia ha ricostruito le istituzioni statali, giudiziarie e di sicurezza del Paese. In Venezuela, la rimozione di Nicolás Maduro non ha smantellato le forze di sicurezza radicate, le reti criminali e i gruppi armati che continuano a minacciare la stabilità. Gli Stati Uniti dovrebbero impegnarsi in un’azione a lungo termine, ben finanziata e modellata sul Piano Colombia, con il supporto dei partner regionali, per garantire la sicurezza e ricostruire lo Stato venezuelano. Analisi di James Story e David Bellon per Atlantic Council
USA e bilancio della difesa
Il 3 aprile sono stati pubblicati i dettagli della richiesta di bilancio dell’amministrazione Trump per il prossimo anno fiscale 2027, che inizierà il 1° ottobre 2026. L’amministrazione ha richiesto finanziamenti aggiuntivi nel bilancio di base discrezionale per la difesa nazionale, rispetto al livello dell’anno precedente, e ha chiesto al Congresso di approvare ulteriori fondi per la difesa attraverso la procedura di conciliazione, come già fatto in precedenza con il One Big Beautiful Bill Act. Complessivamente, i 1.500 miliardi di dollari richiesti, tra bilancio di base discrezionale e fondi di conciliazione, rappresentano il livello di finanziamento più alto in un singolo anno fiscale dalla Seconda Guerra Mondiale. Tuttavia, è probabile che la richiesta incontri ostacoli politici che potrebbero impedirne l’approvazione. Analisi di Seamus P. Daniels per Center for Strategic & International Studies
USA, Cina e i controlli sulle esportazioni
I controlli sulle esportazioni sono uno strumento fondamentale della politica di sicurezza nazionale degli Stati Uniti, concepito per impedire agli avversari di acquisire tecnologie che potrebbero potenziare le capacità militari o minare la stabilità globale. Storicamente, queste misure erano circoscritte e prevalentemente multilaterali, coordinate attraverso regimi come l’Accordo di Wassenaar. Invece, negli ultimi anni, e in un contesto di crescenti tensioni tra Stati Uniti e Cina, i controlli sulle esportazioni sono diventati uno strumento più ampio di politica economica e vengono sempre più spesso applicati unilateralmente e anche negoziati nell’ambito di accordi commerciali, mettendone a rischio la credibilità e l’efficacia a lungo termine. Altresì, con la Cina che si è dotata di un proprio regime di controllo, il mondo rischia di assistere a una corsa agli armamenti in materia di controlli sulle esportazioni e politica economica che, se non regolata, potrebbe generare rischi sostanziali. Analisi di Kate Koren, Scott Kennedy, Philip Luck, e Ilaria Mazzocco per Center for Strategic & International Studies
Cina e tecnologia
Negli ultimi decenni, la spinta tecnologica cinese ha compiuto progressi enormi, seppur disomogenei, sia in generale che all’interno di settori specifici. Questi progressi si sono tradotti direttamente in un rafforzamento del potere e dell’influenza internazionale della Cina. Stati Uniti e alleati devono rispondere in modo pragmatico per massimizzare le opportunità e minimizzare i rischi derivanti da questi sviluppi. Analisi idi Scott Kennedy per Center for Strategic & International Studies
Sanzioni alla Russia e guerra in Medio Oriente
A febbraio, gli alleati occidentali dell’Ucraina stavano pianificando ulteriori sanzioni contro il petrolio russo. La presidente della Commissione europea aveva affermato che “la Russia si siederà al tavolo delle trattative con intenzioni sincere solo se costretta a farlo”, promettendo l’introduzione di “un divieto totale di trasporto marittimo del petrolio greggio russo, che ridurrà ulteriormente le entrate energetiche della Russia e renderà più difficile trovare acquirenti per il suo petrolio”. L’UE avrebbe sanzionato altre navi – e in effetti il Regno Unito lo ha fatto – e il tetto massimo al prezzo del petrolio, causa di questa palese e continua elusione delle sanzioni da parte della Russia, sarebbe stato sostanzialmente reso superfluo. Le nazioni europee stavano inoltre mostrando una crescente disponibilità ad abbordare – pur senza sequestrarle – le petroliere che supportavano l’elusione russa delle sanzioni legate al petrolio, con azioni intraprese da Francia e Belgio e dichiarazioni di intenti (ma senza azioni concrete) anche da parte del Regno Unito. In quel periodo il prezzo del Brent era intorno ai 65 dollari al barile, la Russia ricavava ben poco dalle sue vendite e il mercato petrolifero globale era in una fase di espansione. In seguito, con il bombardamento aereo dell’Iran da parte di Israele e degli Stati Uniti, attacchi aerei di rappresaglia di Teheran contro Israele e i paesi arabi confinanti (inclusi i loro impianti di produzione energetica) e la chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz, nonostante un precario cessate il fuoco, il quadro – e il calcolo decisionale della coalizione occidentale responsabile delle sanzioni – appare ben diverso. Analisi di Tom Keatinge per Royal United Services Institute
Russia in Asia Centrale
Nel contesto del conflitto in corso in Iran, gli analisti russi sono preoccupati per l’influenza di Mosca in Asia centrale, che si sta progressivamente indebolendo poiché la Russia non riesce a soddisfare le esigenze regionali in termini di investimenti, infrastrutture e sicurezza. Le difficoltà economiche derivanti dalle spese militari e dalle sanzioni imposte a Mosca limitano la capacità del Cremlino di finanziare progetti nello spazio post-sovietico, rendendolo un partner meno affidabile per i governi dell’Asia centrale in cerca di stabilità e sviluppo. Gli stati regionali si stanno diversificando attraverso progetti come il Corridoio di Mezzo e nuove partnership con l’Occidente, la Repubblica Popolare Cinese e la Turchia. Analisi di Kassie Corelli per Jamestown Foundation
Generazione Z in Africa
Il continente africano sta assistendo a un aumento delle proteste guidate dalla Generazione Z. A differenza delle proteste del passato, quelle odierne, perlopiù promosse da giovani sotto i 30 anni, sono in gran parte prive di una leadership definita, mobilitate digitalmente e incentrate sulla rinegoziazione del contratto sociale. Si tratta di proteste che si verificano all’interno di stati formalmente democratici e multipartitici, rappresentando un cambio di passo sostanziale rispetto al passato, dove le proteste prendevano di mira regimi a partito unico o dittature. Le rivendicazioni di questi giovani, motivate dal desiderio di smantellare le strutture e le istituzioni politiche elitarie ormai obsolete, si sono affermate come una forza potente in grado di rimodellare la governance. I movimenti lavorano principalmente sul fatto che, con l’evoluzione delle esigenze economiche dovute alla trasformazione della popolazione, i sistemi politici sono stagnanti. – Analisi di Khasai Makhulo e Oge Onuboguan per Center for Strategic & International Studies



