Uncertain States of America – Un’America selettiva: che cosa cambia per il mondo

(Girolamo Boffa)

Se Washington diventa più prudente nella proiezione della forza, il sistema internazionale non è più garantito da nessuno. E quel dubbio è nato dentro, non fuori.

8 aprile 2026. Mark Rutte – Segretario Generale della NATO, l’alleanza militare più potente della storia, settantasette anni di esistenza, trentadue paesi membri, il sistema di sicurezza collettiva che ha tenuto la pace in Europa per tre generazioni – siede alla Casa Bianca di fronte a Donald Trump con quella compostezza professionale che i diplomatici di lungo corso imparano a costruire come una seconda pelle.

Trump aveva appena definito la NATO una “paper tiger”.

Non era la prima volta e non sarebbe stata l’ultima, ma qualcosa in quella conversazione era diverso dalle precedenti: stavolta l’amministrazione americana aveva messo sul tavolo l’ipotesi di chiudere basi militari in Spagna e Germania; stavolta la portavoce della Casa Bianca aveva detto esplicitamente che la guerra in Iran era stata “un test” — e che la NATO lo aveva fallito; stavolta il presidente degli Stati Uniti aveva detto, a domanda diretta, che il ritiro dall’alleanza andava “beyond reconsideration.”

Cinque giorni prima, il ministro degli Esteri polacco Radosław Sikorski aveva pubblicato un post su X: bisognava trattare un ritiro americano dalla NATO come uno scenario possibile. In settantasette anni di storia dell’alleanza, quella frase non era mai stata scritta da un governo membro.

La garanzia che non c’è più

Per settant’anni l’ordine internazionale ha funzionato su una premessa implicita che nessuno aveva bisogno di scrivere nei trattati perché era nella memoria di chi aveva vissuto cosa succedeva quando quella premessa mancava: gli Stati Uniti ci sarebbero sempre stati.

Non necessariamente in prima linea o con le stesse regole di ingaggio in ogni crisi, ma come garante ultimo con tutto il peso della propria presenza. Era il fondamento implicito della NATO, delle alleanze nel Pacifico, dell’ordine liberale nel suo complesso: non una promessa scritta ma una certezza strutturale.

Quella certezza si sta sgretolando, non per un atto formale, ma per erosione progressiva della fiducia — tweet, minacce, silenzi calcolati, guerre lanciate senza consultare quegli alleati che poi si pretende di coinvolgere.

La vera rottura non è il ritiro. È l’incertezza.

C’è un fatto emblematico: nel 2023 Marco Rubio — allora senatore della Florida, oggi Segretario di Stato degli Stati Uniti — co-firmò la legislazione che impedisce al presidente di ritirare unilateralmente gli Stati Uniti dalla NATO senza approvazione del Congresso. Pochi anni dopo, da Segretario di Stato, ha dichiarato che il rapporto con l’alleanza potrebbe dover essere “riesaminato”.

Non è una contraddizione, è la dimostrazione concreta che nel trumpismo non esistono posizioni permanenti, esistono posizioni utili; e quando l’utilità cambia, cambia anche la posizione.

Che questo a suo tempo avrà contraccolpi sulla base MAGA è probabile, che ne abbia già fuori dagli Stati Uniti è certo.

Chi non sfida vince

La domanda che circola nei think tank e nelle cancellerie europee viene posta quasi sempre nello stesso modo: sullo scacchiere globale sono gli Stati Uniti a cedere il campo o è Pechino a conquistarlo?

Il dubbio imperiale nasce chiaramente dentro la società americana; Pechino non ha creato quel vuoto e con intelligenza predatoria non fa nulla per riempirlo … per ora.

C’è un modo per capire come Xi Jinping gestisce Trump che non passa per l’analisi geopolitica tradizionale, ma per il Connecticut.

16 febbraio 2009, Stamford: Travis, uno scimpanzè domestico di novanta chili aggredisce ferocemente Charla Nash, amica della sua proprietaria. Travis era stato cresciuto come un essere umano — mangiava a tavola, guardava la televisione, apriva il frigorifero, ma era pur sempre uno scimpanzè. Un esperto spiegò dopo l’incidente che con un animale così — potente, imprevedibile, capace di passare in un istante dall’affetto all’aggressione — esiste una regola fondamentale: non sfidarlo, non guardarlo negli occhi, non assumere atteggiamenti che possa interpretare come una minaccia alla propria posizione: entrare nell’area dell’istinto significa uscire dall’area della razionalità.

Xi Jinping conosce quella regola, non perché conosca la storia di Travis, ma perché è un uomo di cultura politica millenaria che ha capito con chi ha a che fare; sa che Trump non è irrazionale nel senso clinico del termine, ma imprevedibile nel senso istintivo: reagisce alla sfida diretta con una forza sproporzionata e improvvisa, senza calcolo delle conseguenze. Chi lo provoca frontalmente entra nell’area dell’insondabile, chi non lo provoca, resta al sicuro e aspetta.

Da quando Trump è tornato alla Casa Bianca, Pechino ha scelto sistematicamente la seconda opzione: non risponde colpo su colpo ai dazi, non reagisce alle provocazioni sullo Stretto di Taiwan con dichiarazioni simmetriche. Cede dove può cedere senza perdere la faccia, tace dove altri urlerebbero, rimanda: non è debolezza — è pazienza strategica.

C’è una differenza cruciale tra cedere e non sfidare; chi cede riconosce la superiorità dell’altro, mentre chi non sfida sta semplicemente aspettando che il contesto cambi. Xi non sta perdendo partite con Trump, ma neanche forza per vincerle: sta rimandando il torneo a quando le condizioni saranno più favorevoli e nel frattempo costruisce alleanze, consolida posizioni, lascia che Washington si esaurisca nelle sue stesse contraddizioni.

Il vuoto americano non è un’opportunità che Pechino ha creato; è un frutto che Pechino sta semplicemente aspettando di cogliere.

L’Europa che si riarma senza volerlo

C’è un paradosso nel riarmo europeo: Trump ha ottenuto quello che chiedeva da anni: gli alleati europei stanno finalmente spendendo in difesa. Trump dovrebbe essere soddisfatto ed invece non lo è, perché quello che sta succedendo non è quello che voleva: voleva alleati che pagassero di più per stare sotto l’ombrello americano, ma si sta ritrovando con alleati che costruiscono il proprio ombrello; è una differenza sottile nella forma, ma enorme nella sostanza: un alleato che contribuisce al sistema di sicurezza americano è ancora dipendente da quel sistema, mentre un alleato che costruisce autonomia strategica propria sta pianificando un futuro in cui Washington potrebbe non esserci.

Il formato E4 — Italia, Francia, Germania e Regno Unito —non ha seguito Trump nell’avventura iraniana, lanciando un messaggio chiaro: il riarmo europeo non è aggressività, ma la risposta razionale di attori che hanno capito che Washington non è più considerata affidabile.

La prima volta

Nella storia americana ci sono stati altri momenti di grande disimpegno; non è una novità assoluta — e vale la pena dirlo chiaramente prima di spiegare perché questa volta è diverso.

Dopo la Prima guerra mondiale, il Senato americano rifiutò di ratificare il Patto della Società delle Nazioni; dopo il Vietnam, Nixon elaborò la dottrina che portava il suo nome; dopo l’Iraq e l’Afghanistan, Obama aveva già segnalato una riduzione degli impegni mediorientali. I disimpegni americani hanno una storia lunga.

Ma ogni volta si trattava di un ritiro tattico — da un conflitto specifico, da una regione, da un errore che andava corretto, ma la struttura non veniva messa in discussione: il ruolo di garante dell’ordine mondiale restava intatto. Era una scelta di élite, elaborata nelle stanze del potere.

Questa volta è diverso: per la prima volta nella storia moderna americana, il dubbio sulla funzione imperiale non viene dall’alto, non è una dottrina elaborata da consiglieri della sicurezza nazionale, non è una scelta strategica di riposizionamento sullo scacchiere globale.

Viene dal basso — dalle fabbriche chiuse, dalla stanchezza di guerre che non hanno prodotto nulla se non quasi settemila morti in uniforme, un milione e ottocentomila veterani con disabilità permanente, tre milioni di famiglie che hanno mandato i propri figli in Afghanistan o in Iraq — spesso più di una volta — e li hanno visti tornare cambiati o non tornare affatto.

Quando il dubbio imperiale era una scelta di élite, bastava cambiare élite, quando diventa una domanda che sale dal profondo della società, il problema è strutturale e non sparisce; non esiste una risposta militare, non esiste una risposta diplomatica: esiste solo una risposta politica interna — e quella risposta, per ora, non c’è.

Quel dubbio non è nato con Trump; lui lo ha intercettato, gli ha dato una forma politica, lo ha portato al potere, ma il dubbio esisteva prima di lui e gli sopravviverà.

Ma la vera domanda è: chiunque guiderà il GOP nel 2028, sarà in grado di rispondere a quella istanza di fondo senza tradire la coalizione che lo ha portato lì?

Rispondere sì alla domanda — vale la pena sostenere il peso dell’ordine mondiale? — significa alienare la base.

Rispondere no significa accelerare una trasformazione dell’ordine internazionale i cui effetti nessuno è in grado di prevedere con precisione.

Restare nel mezzo, come Trump ha fatto per anni con la sua sintesi personale di retorica isolazionista e pratica interventista, non è una strategia: è una dilazione.

Nel frattempo il mondo non aspetta: gli europei si riarmano, Pechino osserva e costruisce, le potenze regionali si muovono.

Le crisi si moltiplicano — non per aggressività improvvisa, ma per vuoto di garanzia e quando chi garantiva comincia a chiedersi se ne vale la pena, il sistema non crolla all’improvviso, si sgretola lentamente, crisi dopo crisi, alleanza dopo alleanza, fiducia dopo fiducia.

È quello che stiamo vivendo.

Il dubbio imperiale americano non è nato a Pechino, a Mosca, a Teheran; è nato a Middletown – Ohio – dove le fabbriche hanno chiuso, i sindacati si sono svuotati, i figli sono andati in guerra e non tutti sono tornati. Lì è nata la domanda. Lì è nata la risposta provvisoria: il trumpismo.

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