(Carlo Rebecchi)
“Non si mandano in un’area di guerra i migliori soldati se non si pensa di poterli utilizzare”. Così l’ambasciatore Stefano Stefanini, per anni alla Nato, valuta l’arrivo nel Golfo di altri settemila tra marines e paracadutisti che, secondo informazioni giornalistiche, sarebbero da oggi operativi, e pronti per riaprire lo Stretto di Hormuz al transito delle petroliere. Lo ha fatto capire lo stesso Trump. In un post su Truth, il presidente degli Stati Uniti ha dato prima notizia dell’avvio di quello che ha definito un “serio negoziato” nel quale sarebbero stati realizzati “grandi progressi” con un non meglio precisato “nuovo regime, più ragionevole”. Ma, ha poi proseguito Trump, “se per una ragione qualunque non si giungerà rapidamente a un accordo, e se lo Stretto di Ormuz non verrà riaperto immediatamente”, gli Stati Uniti metteranno fine “al delizioso soggiorno in Iran distruggendo completamente tutte le centrali elettriche iraniane, i loro pozzi di petrolio, l’isola di Kharg e le centrali per dissalare l’acqua di mare”.
Da Teheran, il primo vice presidente Mohammad Reza Aref-Yadzi, ha respinto l’invito al dialogo implicito nel post di Trump. Ha definito “irragionevoli” le richieste contenute nei 15 punti di Washington e anche negato “qualsiasi contatto diretto con Washington”. La solita tattica negoziale di Trump, verrebbe da dire. Se non che, questa volta, gli osservatori sono concordi nel ritenere che, anche se consapevole dei rischi ai quali si espone, davanti al “no” iraniano Trump darà quasi certamente il via all’ utilizzo delle forze di terra. Primo obiettivo: la conquista dell’isoletta di Kharg, nello Stretto, il “porto petroli” nel quale transita il 90 per cento del greggio iraniano. Che, in caso di mancato accordo con Teheran, potrebbe essere gestito, dalle compagnie americane e da Trump, sul modello del petrolio venezuelano nella versione del dopo Maduro.
Chi siano “i più ragionevoli interlocutori iraniani” degli Stati Uniti è al momento uno dei misteri ancora irrisolti. Secondo le informazioni dell’intelligence americana la Guida Suprema Tojaba Khamenei, ferito nei bombardamenti del primo giorno di guerra, è vivo, ma le sue condizioni sarebbero gravissime. Qualcuno ha ipotizzato che un possibile interlocutore possa essere il presidente del parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf. “Lo scopriremo presto – ha risposto Trump ai giornalisti -. Ve lo farò sapere tra circa una settimana”. Un po’ più loquace è stato il segretario di Stato, Marco Rubio, che – dopo aver avvisato che gli Stati Uniti impediranno in ogni caso all’Iran di prendere il controllo permanente dello stretto di Hormuz e di istituire un sistema di pedaggi – ha fatto capire che ,secondo i “mediatori” guidati dal Pakistan (che tengono il contatto indiretto tra gli Stati Uniti e l’Iran), sono convinti che nel “muro” dei pasdaran ostile al dialogo con gli Stati Uniti ci sono delle “crepe”, dei notabili che non escludono il dialogo negoziale, almeno per andare a vedere le carte di Trump.
Una certezza diffusa, notano gli osservatori, è che sia Washington che Teheran desiderano effettivamente, sia pure per ragioni diverse, la fine della guerra. Trump perché non può permettersi, per ragioni di politica interna, la prospettiva di un un prolungamento indefinito del conflitto, e della crescita del suo costo. La chiusura dello Stretto di Hormuz, che sta già creando le premesse per una crisi economica mondiale, è un fattore di irritazione e di malcontento anche nei paesi in passato più vicini agli americani, nei quali si registra un “disagio diplomatico” che, se si ampliasse, si tradurrebbe certamente in un danno per l’immagine dell’America nel mondo. A vantaggio della Cina.
Senza contare poi le conseguenze nei rapporti con i Paesi europei. La decisione della Spagna di non concedere agli Stati Uniti l’utilizzo del proprio spazio aereo a tutti i voli di Paesi coinvolti nel conflitto e la plateale conferma britannica del rifiuto di inviare eventualmente truppe nel Golfo contengono un rischio: quello che gli Stati Uniti vengano visti sempre più, dagli europei, come un Paese “che se si trova un’alternativa è meglio”. E a gioco lungo, questo, potrebbe rivelarsi per Trump, e per gli Usa, un passo falso dalle conseguenze molto gravi.



