(Carlo Rebecchi)
Vladimir Putin aveva colpito a morte il “multilateralismo” nel 2022, con l’invasione dell’ Ucraina. Da allora, gli sconfinamenti dalle convenzioni e dal diritto internazionale si sono moltiplicati. L’ attacco di Hamas a Israele, poco più di due anni fa, ha addirittura scatenato una guerra mirata a distruggere il popolo palestinese. Ora è il momento ancora più critico. Con l’attacco bellico in corso degli Stati Uniti e di Israele all’ Iran, un’ aggressione “fuorilegge” perché al di fuori di ogni convenzione, la sensazione è che si sia raggiunto il limite. E che, per evitare il baratro, cioè il caos, se qualcuno decidesse di continuare su questa via, sia necessario fermarsi un momento. Magari per decidere di tornare a quando c’erano organizzazioni internazionali che contavano. Al rispetto di quel multilateralismo che per decenni ha fatto dell’Europa un mondo di pace.
Va in questa direzione il tentativo dei leader che, in queste ore, lavorano per la de-escalation della crisi, che ha come centro l’Iran – dove il potere starebbe passando ai pasdaran più anti-americani e anti-israeliani – ma riguarda il mondo intero, esposto – con la chiusura dello stretto di Hormuz – al rischio di una crisi economica planetaria di una gravità senza precedenti. Ed è significativo che, al Consiglio europeo di oggi a Bruxelles, partecipino anche il segretario generale delle Nazioni Unite, organizzazione che – nel secondo dopoguerra – ha a lungo garantito la pace, Antonio Guterres, e la presidente della Banca Centrale Europea. Tutti con il medesimo obiettivo: ristabilire le regole di una pacifica convivenza.
Di come “tornare alle Nazioni Unite”, magari in una forma in linea con i tempi, parlano questo giovedì i capi di stato e di governo europei, che già da qualche tempo riflettono sulla questione. E’ anche merito del governo guidato da Giorgia Meloni se l’idea non è mai stata abbandonata del tutto anche quando la politica muscolare di Trump e di qualcuno dei suoi alleati sembrava poter prevalere. La visione delle conseguenze di una gestione troppo personalistica, condotta peraltro senza neppure informare gli alleati, sta spingendo sempre più l’Unione Europea, per anni “potenza solo economica” a tentare di diventare una potenza, o comunque, “un’unione credibile” anche sul piano politico.
L’Italia ha sostenuto fin dalle prime turbolenze la necessità di difendersi non singolarmente ma tutti insieme: di essere, cioè, una “Unione” vera. Il presidente della Repubblica Mattarella si è speso in questo senso in tutti i suoi viaggi, soprattutto all’estero, per affermare che una “convivenza pacifica, solidale e autenticamente democratica, nell’attuale contesto internazionale segnato da tensione e dal riemergere di dinamiche di contrapposizione e di aspirazioni egemoniche che turbano l’equilibrio mondiale”, può avvenire soltanto nell’ambito delle Nazioni Unite e delle sua ramificazioni.
Determinante per il risveglio dell’Unione Europea è state comunque la spallata della seconda presidenza Trump, che ha trasformato un momento estremamente drammatico, con la solidità dell’Alleanza Atlantica a rischio, in un’ occasione di rilancio dei valori dell’Europa, a cominciare da quelli della coesistenza pacifica. Nonostante l’attacco russo all’Ucraina. Nonostante il periodo di crisi economiche che potrebbero diventare incontrollabili. Le Nazioni Unite sono necessarie, e in passato lo hanno dimostrato. Avrebbero dovuto fare di più, ma se non è avvenuto non è colpa dell’Onu: a frenarla sono stati calcoli interessati dei governi che ne fanno parte.
Aspettiamo di vedere se il Consiglio Europeo di domani saprà indirizzare politicamente le aspirazioni a un nuovo multilateralismo. La presenza al vertice del presidente ucraino Zelensky appare come un necessario richiamo all’assunzione di responsabilità da parte di ciascuno.



