Con la chiusura di Hormuz, occhi puntati sul Canale di Panama

(Maria Eva Pedrerol)

Il Canale di Panama entra in scena nella guerra del Golfo. Con la chiusura dello stretto di Hormuz, potrebbe aumentare il trasporto marittimo nel Canale che unisce l’Atlantico al Pacifico, la seconda via interoceanica più transitata del mondo. E intanto non diminuisce la pressione Usa su Cuba, la cui popolazione è allo stremo per le sanzioni degli Usa. Sebbene l’attenzione mondiale è posta sul Medio Oriente, tutta l’area del Caribe continua ad essere di grande interesse per Washington: soprattutto ora.

Molti analisti concordano sul fatto che l’incremento del transito attraverso il Canale di Panama riguarderebbe in particolare le navi cisterne che trasportano prodotti energetici, come il gas naturale liquefatto (GPL), e l’impatto sul traffico marittimo dipenderà dalla durata dei problemi nel Golfo Persico, una situazione che sta obbligando a cambiare le rotte di navigazione.

Ne è convinto l’amministratore del Canale, Ricaurte Vasquez. “Per ragioni di costo del carburante, per ragioni di tempo e per ragioni di sicurezza, la rotta attraverso Panama diventa una rotta più attraente”, ha detto in una intervista con l’Associated Press riportata da Los Angeles Times. Come spiega Vasquez, “i costi dell’energia, dei carburanti e della navigazione aumentano con il protrarsi della crisi mediorientale. A Panama i tempi di percorrenza sono più corti e viene usato meno carburante”. In definitiva, attraverso il Canale, il viaggio può ridursi tra i tre e i quindici giorni. Ma non solo prodotti energetici. Vasquez ha anche ricordato che nell’area del Golfo Persico, tra gli altri, si producono grandi quantità di fertilizzanti, indispensabili per l’agricoltura e certamente in questo momento seriamente compromessi per il blocco dello Stretto di Hormuz che ne impedisce il transito.

Ricordiamo che il Canale fu inaugurato nel 1914 e fu una incredibile opera ingegneristica e internazionale guidata da ingegneri americani. Dopo sette anni di lavori per la sua espansione e più di un secolo dopo, nel 2016, fu inaugurato il nuovo canale, che fu necessario per permettere il passaggio di navi più grandi. La storia del Canale à stato un lungo tira e molla fra Stati Uniti e Panama per il suo controllo, fino a quando il 31 dicembre 1979 gli Usa, come stabiliva il Trattato di Neutralità firmato da entrambi i Paesi, trasferirono definitivamente il controllo del Canale a Panama. A gestire l’area è l’Autorità del Canale di Panama (ACP). Tuttavia Washington non ha mai smesso di ambire a riavere il controllo di questa via che ha favorito lo sviluppo del commercio marittimo mondiale, moltiplicando le opportunità di connessione e scambio tra Paesi e mercati differenti e attraverso il quale transita il 3-4% del commercio globale.

In aprile dell’anno scorso, con l’apparenza di una cooperazione internazionale, è stato siglato un documento tra gli Stati Uniti e Panama che ha permesso ai primi di inviare “molte truppe e occupato alcune aree che avevamo e che non avevamo più, ma ora abbiamo”, secondo le parole dello stesso Trump che gli osservatori hanno reputato in totale disprezzo del Trattato e dell’autonomia sul Canale tanto faticosamente conquistata dai panamensi. E, forse, più che una premonizione sembra essere la foto pubblicata tempo fa da suo figlio, Eric Trump, con suo padre che aggiunge il Canada, la Groenlandia e il Canale di Panama alla sua cesta degli acquisti di Amazon.

Ed in queste ore c’è anche Cuba stremata dal blocco dei rifornimenti petroliferi, con Trump che dichiara : “Che la liberi o la prenda, posso fare quello che voglio”.

Secca la replica del presidente cubano. “Di fronte al peggiore scenario – ha affermato sul suo account X Diaz-Canel – a Cuba c’è una certezza: qualsiasi aggressore esterno si scontrerà con una resistenza inespugnabile”. Il leader cubano, che aveva ammesso l’avvio di trattative con Washington (come avevamo già scritto su Global Eye) sottolinea come “gli Usa minacciano pubblicamente Cuba quasi ogni giorno, per abbattere con la forza l’ordine costituzionale”. Diaz-Canel fa la voce grossa, anche per smentire la notizia riportata dal New York Times, secondo cui Washington avrebbe chiesto proprio al presidente cubano di dimettersi per far progredire le trattative. Per il Segretario di Stato Usa, Marco Rubio, che guida i colloqui con L’Avana, lui stesso figlio di di emigranti cubani, “non è sufficiente” la decisione dei cubani a permettere agli esuli di investire e possedere attività commerciali. Intanto la popolazione cubana subisce continui black out elettrici, mancanza di cibo e acqua e la rete dei trasporti è al collasso. E Cuba non è mai stata così debole. Per molti osservatori, il Medio Oriente starebbe spingendo Donald Trump a cercare un successo nel Caribe, in particolare per riprendersi il controllo della via cruciale di navigazione di Panama.

 

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