Medio Oriente (e oltre): cronache dal diciottesimo giorno di guerra

(Carlo Rebecchi) 

Il leone è ferito, ruggisce ma chi lo attornia ne ha meno paura. Per la prima volta, il capo della nazione più potente del mondo – il leone è Donald Trump – gli alleati storici non si inchinano servili. Amici, ma diversi. E alla sua richiesta-ordine di aiutarlo a uscire dalla trappola della guerra che lui stesso ha voluto, e che ha spinto l’Iran a bloccare lo stretto di Hormuz con il rischio di provocare una crisi economica mondiale, rispondono, coerenti: “Non è la nostra guerra. Non invieremo navi militari”. Vecchi alleati ed amici (con la sola esclusione del Giappone) che in ambito G7 prendono le distanze da Trump anche sull’ ingresso dell’esercito israeliano in Libano.

Uno psicodramma che è solo una delle molte realtà del diciottesimo giorno del conflitto iraniano: dall’incertezza sulla sorte – vivo o morto ucciso nei bombardamenti? – di Alì Larijani, in questi giorni uomo forte del regime degli ayatollah, che il premier Netanyahu ha annunciato come “ucciso” e il suo successore “potrà approfittare dell’occasione e accettare il dialogo gli Stati Uniti.”. Con la Guida Suprema in ospedale in Russia: Teheran non ha confermato la notizia. Se fosse vera, in Iran ci sarebbe un vuoto di potere. E forse una chance per Trump di tentare di trovare un interlocutore moderato per una fine della guerra sul modello venezuelano.

Un altro psicodramma Trump lo ha vissuto, sempre oggi, quando gli hanno portato l’annuncio delle dimissioni del capo del Centro Antiterrorismo. Joe Kent, proprio da lui confermato nell’incarico nel febbraio dello scorso anno. Repubblicano, Kent si è dimesso spiegando di non poter più lavorare per un governo che sta combattendo una guerra ingiusta. “Teheran non rappresenta una minaccia nucleare, abbiamo incominciato questa guerra su pressione di Israele e delle sue lobby negli Stati Uniti”, ha affermato.

Non è il primo né il solo, Kent, a denunciare che la guerra americana all’Iran sta dando vantaggi soprattutto all’alleato israeliano. Nè Trump né Netanyahu hanno mai nascosto di avere un’idea comune sul regime iraniano – non dovrà mai avere la bomba nucleare – ma interessi distinti sulla guerra avviata insieme. Per Trump doveva essere una operazione di poche settimane, senza impiego di truppe terrestri, da archiviare subito in modo da non avere conseguenze sulle elezioni di mid-term in programma in autunno.

Per Netanyahu, il conflitto deve colpire duramente l’Iran, così da impedirgli di poter puntare a essere il Paese egemone nella regione. Un obiettivo per il quale, ha ribadito ogni giorno di questa guerra, si deve combattere “fino a quando sarà necessario”. Si è parlato in proposito di uno scambio che ci sarebbe stato tra i due: Netanyahu avrebbe aiutato Trump a ottenere la tregua a Gaza e in cambio il Tycoon avrebbe fatto in modo di “dare una lezione” all’Iran.

Con l’attuale conflitto in atto, Netanyahu non si è lasciato sfuggire l’occasione di regolare i conti con le forze militari di Hezbollah che sono inquadrate nell’esercito libanese, ma sono finanziate e prendono ordini da Teheran. Non si è però soltanto difeso, ha contrattaccato e, soprattutto, ridisegnando i confini a vantaggio di israele. Costringendo la popolazione civile ad andarsene.

Gli sfollati dalla popolosa periferia sud di Beirut sono già più di un milione, e sono state colpite anche zone non abitate da Hezbollah. Un esodo, biblico verrebbe da dire, che trascina uomini, donne e bambini senza più nulla verso Gaza, zona distrutta e priva di tutto dopo essere stata per quattro anni campo di battaglia tra israeliani e Hamas.

La manovra israeliana non è passata inosservata e nella riunione della notte scorsa la “questione Libano”, che forse sarebbe meglio chiamare “questione Netanyahu”, ha letteralmente spaccato il club del G7. Francia, Italia, Regno Unito e Germania hanno chiesto agli altri tre Paesi, Stati Uniti, Canada e Giappone, di chiedere a Israele di non entrare con le loro truppe in territorio libanese. Tramp però si è messo di traverso e ha abbandonato la riunione. Probabilmente pensava che, come spesso è avvenuto, gli altri desistettero. Invece non è accaduto. Anzi, ai primi quattro si è aggiunto il Canada. Con gli Usa è rimasto soltanto il Giappone.

 

Latest articles

Related articles