Medio Oriente, cronache dal tredicesimo giorno di guerra

(Carlo Rebecchi)

Un “buco nero” nel quale tutto si mescola e leggere il punto della situazione è praticamente impossibile. Al tredicesimo giorno di guerra contro l’Iran, l’arrivo sulla scena della nuova Guida Suprema Mojtaba Khamenei – che sarebbe in coma -, la decisione di Teheran di “tenere chiuso” ad oltranza lo Stretto di Hormuz paralizzando la via del petrolio, i nuovi bombardamenti americani su siti nucleari nei pressi di Teheran e quelli, anch’essi sempre più pesanti, di Israele contro gli Hezbollah nel sud del Libano sono elementi interconnessi di cui non si capisce più la logica. Il tutto in un’atmosfera sempre più tesa. I missili iraniani che hanno bucato l’Iron Dome schiantandosi a poche centinaia di metri dal cuore della Gerusalemme sacra – Muro del pianto, Moschea di Al-Aqsa, Chiesa del Santo Sepolcro – hanno fortemente impressionato. In Italia l’impatto è stato particolarmente forte, perché avvenuto poche ore dopo l’inatteso attacco alla base italiana di Erbil, in Iraq, per fortuna senza vittime.

Dal “buco nero” creato dall’ attacco contro l’Iran, molti osservatori pensano che nasceranno quasi certamente molte altre situazioni di crisi o, addirittura, di guerra. Per tutta una serie di ragioni. La principale è che Trump, che ha probabilmente deciso di fare la guerra con l’idea di replicare il successo del “regime change” realizzato in Venezuela, sembra non avere idea – qualcuno si azzarda addirittura a dire che non sarebbe interessato – su cosa fare ora. Appena ieri aveva detto che la guerra “è praticamente finita, non ci sono più obiettivi da distruggere”. Ma oggi si ritrova di fronte un Iran che non è riuscito a dividere, che mostra di avere una capacità bellica ancora valida, e che per far sopravvivere il regime degli Ayatollah utilizza la via del petrolio come un’arma; replicando a sua volta quello che The Donald ha fatto con i dazi (o fai quello che ti dico io o paghi).

Senza contare che, andando avanti su questa strada dove chi ha un’arma di ricatto può decidere qualunque cosa, un rischio che già intravvedono diversi analisti è la rinascita del terrorismo. Come arma di difesa da chi, avendo la possibilità di far valere la legge del più forte – come Trump – vuole imporre la propria legge. Il terrorismo come arma di ricatto, che non risulta sia stato utilizzato finora dall’Iran – il blocco della via del petrolio potrebbe però essere il primo passo su quella strada – non è l’unico conflitto che potrebbe nascere da quella che oggi appare come una gestione sbagliata dell’attacco e della fine, se fosse quella che vediamo oggi, dell’ operazione “Epic fury”.

Altri focolai di crisi e di guerra sono sotto gli occhi di tutti, anche se ancora in fieri. In Libano, l’offensiva di terra e aria scatenata dall’ IDF israeliana contro gli Hezbollah sostenuti dall’Iran, che la nuova Guida Suprema ha ringraziato per aver difeso Teheran dall’attacco israelo-statunitense, ha già costretto più di 700.000 persone a lasciare ogni cosa. Gli sfollati si dirigono verso Gaza, dove troveranno altra povera gente come loro. E magari anche una qualche organizzazione stile Hamas che potrebbe usarli per fomentare instabilità. Perché è chiaro: dopo la cieca distruzione attuata in queste due settimane sono in molti a sentire un desiderio non solo di rivalsa ma anche di vendetta. Discorso che potrebbe valere tra poco anche per i palestinesi della Cisgiordania, territorio che Israele non nasconde di volersi annettere, o gli Houti dello Yemen.

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