Guerra in Medio Oriente e crepe nell’Europa politica

(Carlo Rebecchi) 

Siamo solo all’inizio di una guerra che, nonostante i proclami di vittoria di Donald Trump, sarà lunga: già si può capire che l’attacco congiunto americano e israeliano all’Iran provocherà probabilmente fratture anche profonde, si spera non durature, nella geografia politica non solo del Medio Oriente ma anche dell’Europa. Mentre i bombardamenti cominciati il 28 febbraio continuano, le crepe che si manifestano nell’Europa politica sono più profonde di quel che si potesse prevedere. Tutti i leader erano corsi nei primi giorni a rallegrarsi con il presidente degli Stati Uniti per aver fatto cadere il regime iraniano targato Khamenei – ma non è ancora detto che il figlio, suo successore, non sia peggio. Sul modus operandi di Trump, invece, si comincia a litigare, con il rischio di mandare in frantumi l’unità politica che pure è più che mai necessaria per far fronte alle minacce che l’operazione israelo-statunitense ha attivato, vedi i droni lanciati contro Cipro.

I Ventisette, e con loro – “imbarcato” dell’ultima ora, il britannico Keith Starmer – litigano o stanno zitti, con un silenzio dettato dalla preoccupazione di diventare bersaglio del presidente americano, o perché contrari “tout court” alla guerra o perché non avrebbero capito il fine dell’ operazione portata avanti da Trump: se del tipo di quella realizzata contro il Venezuela, cioè un cambio di governo, oppure il tentativo di distruggere completamente l’Iran, come dice di voler fare il primo ministro israeliano Netanyahu. Frasi politicamente pesanti sono state pronunciate soprattutto dal premier spagnolo Pedro Sanchez e da Keir Starmer, definiti ”cattivi” da Trump per non aver aperto le basi dei loro paesi alla spedizione anti-Iran. Il ministro degli esteri di Madrid si è poi anche lamentato pubblicamente, accusando il cancelliere Merz di non aver difeso il governo spagnolo quando – alla Casa Bianca, dove era in visita – Trump ha minacciato la Spagna di ritorsioni sul piano commerciale per le critiche di Sanchez.

Sanchez, con un comunicato ufficiale, ha replicato a Trump con un vero e proprio atto d’accusa. “La domanda è se siamo dalla parte della legalità internazionale e, pertanto, della pace”, la via da seguire è “una soluzione diplomatica e politica”, e non possiamo giocare alla roulette russa con il destino di milioni di persone”. “Il mondo, l’Europa e la Spagna ci sono già passati 23 anni fa, quando gli Stati Uniti ci trascinarono in una guerra per eliminare le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, per portare la democrazia e garantire la sicurezza globale. In realtà produsse l’effetto contrario”. Quel conflitto provocò “insicurezza, aumento del terrorismo jihadista e un aumento dei prezzi dell’energia. Quello fu il regalo del trio delle Azzorre: un mondo più insicuro e una vita peggiore. E’ presto per sapere se la guerra in Iran avrà conseguenze simili”, ma certo “non ne uscirà un ordine internazionale più giusto”.

Anche Starmer ha usato l’Iraq per spiegare la prudenza britannica circa la messa a disposizione degli Usa di basi britanniche. “Il Regno Unito non è coinvolto negli attacchi contro l’Iran. E noi abbiamo appreso la lezione della guerra in Iraq”, le sue parole. Starmer ha difeso la posizione di Londra, senza citare il presidente americano ma sottolineando l’importanza di pace, giustizia e sicurezza in Medio Oriente e il fatto che “abbiamo già perso troppe vite, tra cui le donne e i bambini a Gaza”. “Sono determinato a far sì che oggi si imparino e si seguano le lezioni del passato”, ha aggiunto. A chiudere il cerchio, per ora, è stato il ministro spagnolo degli esteri, Manuel Albares, che ha espresso “sorpresa” alla Germania per la mancata solidarietà del cancelliere Friedrich Merz durante la conferenza stampa nella quale Trump ha pronunciato dure critiche alla Spagna sul dossier Iran e sulle basi militari. “Gli ho trasmesso la nostra sorpresa per quelle parole”, ha detto Albares riferendosi alle dichiarazioni di Merz secondo cui la Spagna “è l’unico Paese” tra gli alleati Nato che non accetta di elevare al 5% del Pil la spesa militare.

 

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