Medio Oriente e Golfo. Quarto giorno di guerra

(Carlo Rebecchi) 

Il quarto giorno dell’attacco all’Iran degli Stati Uniti e Israele, il confronto continua ad essere violentissimo. Tanto forte sono i bombardamenti israelo-americani, tanto tenace è la resistenza del regime degli ayatollah. Secondo informazioni giornalistiche, ancora da verificare, i bombardieri della coalizione avrebbero colpito anche il compound, in una località segreta, dove era in programma il “conclave” che deve eleggere la nuova “Guida suprema” del paese, il successore di Alì Khamenei. Nelle stesse ore, altre bombe e missili hanno centrato l’aeroporto di Teheran.

Una prima constatazione, suggerita dalla cronaca, è che nonostante tutto i risultati dell’attacco siano ancora inferiori alle attese sul piano militare, mentre non è affatto sicuro che il popolo iraniano, che pure identifica nell’attuale regime degli ayatollah il nemico da abbattere, sia pronto, o abbia le forze, per sollevarsi in massa contro chi governa a Teheran. Anche l’esercito, plasmato dai “pasdaran”, i Guardiani della Rivoluzione, pare ancora compatto, non si hanno segni di contrasti sulla strategia da portare avanti, intransigente. Nessuno, di conseguenza, è ancora in grado di prevedere quando e come l’operazione israelo-statunitense possa concludersi. L’impegno militare senza precedenti della coalizione non si rivelerebbe insomma decisivo. Inoltre, il detto-non detto della parte americana sulla possibilità di un coinvolgimento nell’operazione di forze terrestri, viene interpretato come la prova dell’ incertezza generale che incombe.

Secondo il presidente degli Stati Uniti, l’Iran avrebbe chiesto nelle ultime ore colloqui per trovare una soluzione a quello che – dopo l’invio di forse militari terrestri in Libano è ormai un conflitto regionale – ma, ha precisato, “l’hanno fatto fuori tempo massimo”. Appena poche ore prima lo stesso Trump, pur elogiando una volta di più l’esercito americano, “il più forte al mondo”, aveva riconosciuto che l’operazione “Ruggito nel deserto” potrebbe durare molto più del previsto, “altre quattro o cinque settimane”.

Trump ha anche smentito le informazioni, diffuse tra l’altro anche dal Wall Street Journal, secondo cui la spedizione americana (due portaerei, circa 600 aerei, decine di unità navali) potrebbe non essere in grado di sopportare altre due settimane di guerra. Israele, fino a oggi non ancora impegnato con i carri armati in territorio libanese, ha annunciato di avere distrutto 600 strutture militari, utilizzando 2500 ordigni: 20 bunker nei quali si erano rifugiati i leader iraniani, 150 missili e rampe di lancio, 200 sistemi d’arma della contraerea.

Il Pentagono parla di 1250 siti colpiti con una campagna aerea cui stanno partecipando anche i bombardieri B2 Spirit e B1 Lancer che partono dagli Usa. I caccia si spingono ormai anche su Teheran.

Un rullo compressore, notano gli osservatori, che non è ancora, almeno apparentemente, riuscito a soffocare la reazione iraniana. Che, al contrario, ha diretto missili e droni contro i vicini paesi del Golfo che hanno rapporti di amicizia con gli Stati Uniti (Arabia Saudita, Qatar, Bahrain, Emirati Arabi Uniti) e ha colpito anche la base britannica di Akrotiri, sull’isola di Cipro. Pochi si aspettavano che l’Iran attaccasse questi paesi, dai quali li divide l’ideologia e la fede (l’Iran è sciita, i paesi arabi sono sunniti), ma gli iraniani – sotto la pressione militare – hanno voluto probabilmente smascherare “l’ipocrisia” di regimi che in questa guerra hanno negato pubblicamente di essersi schierati mentre hanno invece collaborato, almeno logisticamente e con l’intelligence, con americani e israeliani.

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