(Marco Emanuele)
Un mondo separato come l’attuale, attraversato da instabilità e imprevedibilità, potrebbe portarci in un dis-ordine a rischio ingovernabilità. Per chiarezza intellettuale, ciò che vediamo oggi è la conseguenza di ciò che non si è fatto dalla caduta del muro di Berlino in avanti: il mondo paga il prezzo del deterioramento delle mediazioni e dell’assenza di visioni geostrategiche, politiche.
Le classi dirigenti, in questo terzo millennio preoccupante, sono il risultato di una de-generazione sistemica. Ognun per sé, sembrano dire, alla conquista del centro del mondo. Illusione, auto-inganno. Ogni volta che ascoltiamo espressioni come ‘proteggiamo i confini’, legando tale bisogno all’esercizio di una effettiva sovranità, dovremmo farci molte domande: chi scrive pensa che, anziché proteggere i confini (retaggio di un passato che non passa …), dovremmo lavorare ad abitare le frontiere, a costruire quel vincolo che lega popoli e paesi in un destino planetario.
I punti nei quali le differenze si legano, laddove avviene l’inter-in-dipendenza (siamo liberi nel vincolo), sono le frontiere da vivere. E’ ciò che chiamiamo multilateralismo adeguato ai tempi, necessario perché ogni contesto recuperi autonomia strategica in dialogo con ogni altro: modo virtuoso per recuperare fiducia reciproca.
Quante conferenze internazionali dovremmo fare per comprendere che l’ordine globale che conoscevamo è ormai sepolto ? Quando, nel pieno di un tempo di mediazioni (oggi praticate come compromessi), cominceremo invece a respirare il tempo nuovo ? La rivoluzione tecnologica, nel quadro quantistico dell’accelerazione profonda dei fenomeni storici nell’unico spazio-tempo, chiede nuove responsabilità. Ripartendo, insieme, nelle frontiere che ci legano.



