(Girolamo Boffa)
Il modo in cui il dibattito strategico internazionale continua a trattare Sahel e Mar Rosso come teatri distinti è il paradigma di ciò che accade quando il pensiero smette di essere complesso e diventa lineare.
Trattare il Sahel come spazio continentale instabile ed il Mar Rosso come nodo marittimo iper-strategico rappresenta una separazione analitica che non riflette più la realtà: le dinamiche che attraversano queste aree non sono episodi isolati, ma parti di una configurazione strategica unica.
Il problema è più che geopolitico: è cognitivo.
Negli ultimi anni abbiamo progressivamente abbandonato il pensiero complesso.
Abbiamo preferito scomporre i fenomeni, dividerli in dossier, assegnarli a mandati regionali e trattarli come crisi autonome. Ciò ha prodotto una sorta di rassicurante semplificazione: ogni problema ha il suo tavolo negoziale, ogni crisi il suo inviato speciale, ogni regione la sua architettura multilaterale.
Ma le crisi non rispettano, ora meno che mai, questa logica.
Il Sahel non è un teatro chiuso: le sue instabilità si riversano verso il Golfo di Guinea, si connettono al Sudan, incidono sul Mar Rosso; Port Sudan e Gibuti non sono periferie logistiche, sono valvole di un sistema che collega Africa, Medio Oriente ed Eurasia.
Migrazioni, traffici, flussi energetici, competizione militare e proiezione di potenze si intrecciano lungo un unico arco vulnerabile.
Le architetture regionali restano verticali, mentre le crisi sono orizzontali.
Quando il pensiero complesso viene sostituito da una gestione compartimentata, si produce un altro effetto, meno visibile ma più grave: si impoverisce la capacità di mediazione.
La mediazione multilaterale presuppone una visione integrata del problema; se la crisi è definita in modo riduttivo — come “colpo di Stato”, “terrorismo”, “emergenza umanitaria” o “minaccia marittima” — anche la risposta sarà parziale.
La contrattazione si restringe, gli attori si polarizzano, i margini di compromesso si riducono.
È qui che la crisi della contrattazione multilaterale diventa evidente: le organizzazioni regionali africane faticano a gestire dinamiche che superano i loro perimetri; gli attori globali operano sempre più bilateralmente, non tanto per scelta ideologica, quanto per l’assenza di un contenitore multilaterale sufficientemente credibile; i tavoli negoziali si moltiplicano, ma si svuotano di capacità trasformativa.
Il risultato non è il vuoto, è la frammentazione.
Nel Sahel questo si traduce nella normalizzazione di una stabilità coercitiva limitata agli assi strategici urbani, mentre vaste aree rurali entrano in forme di governance informale.
Al contempo, nel Mar Rosso la sicurezza marittima può essere garantita militarmente, ma senza incidere sulle fragilità terrestri retrostanti. Si crea così un equilibrio apparente: gestione tecnica delle rotte, amministrazione dell’instabilità interna.
Questa non è la fine del multilateralismo, ma l’effetto di una progressiva riduzione funzionale: il multilateralismo si trasforma da strumento di ricomposizione politica a meccanismo di gestione tecnica dell’instabilità. In questo modo il multilateralismo non muore, si restringe: da architettura di mediazione diventa protocollo di contenimento.
Quindi la vera posta in gioco non è solo la sicurezza, ma la qualità del pensiero che la precede: senza una capacità di leggere connessioni operative tra teatri diversi, le politiche continueranno a rincorrere gli effetti invece di intervenire sulle cause.
Senza un ritorno al pensiero complesso, la mediazione multilaterale resterà reattiva, segmentata, incapace di anticipare le convergenze lente che trasformano l’instabilità in sistema.
L’instabilità non è cambiata, ma è cambiata la nostra capacità di pensarla in modo adeguato.
Ed è forse qui che si colloca il nodo vero della questione.
Se il mondo si è fatto reticolare, fluido e interdipendente, non è solo il multilateralismo a essere in difficoltà: è il nostro modo di concepirlo. Senza un ritorno al pensiero complesso, continueremo a trattare come crisi funzionale ciò che potrebbe essere un disallineamento più profondo tra le categorie con cui abbiamo costruito l’ordine internazionale e la natura del sistema che oggi pretendiamo di governare.



