Il teatro di Trump

(Marzia Giglioli)

La diplomazia non è certo nelle corde di Trump. Il presidente americano preferisce il discorso che si fa spettacolo.

È questa la tecnica che si trova in tutti i suoi discorsi e ieri, a Davos, se ne è avuto conferma. Sulle cose vere, sulle azioni concrete, le cose cambiano. Come per la Groenlandia. Le minacce fanno audience, ma non fanno politica. ‘Se dite no alla Groenlandia, noi ce lo ricorderemo’, ha detto ieri Trump in Svizzera usando toni minacciosi e intransigenti. Ma, guardando alle alle dichiarazioni di qualche ora dopo con l’annuncio di ‘uno straordinario accordo sulla Groenlandia’, dovìè finito l’altro Trump ? La stessa considerazione si può fare con riferimento ai dazi usati come clave economiche, rilanciati anche ieri a Davos e poi ‘rientrati’.

Non a caso, Trump rivolge le minacce rivolge all’Europa, al Canada, agli amici storici. Non usa gli stessi termini con i suoi nemici, come Cina o Russia.

Trump, per qualche ora (ieri 72 minuti), crea nuovi mondi, trasforma la comunicazione pubblica e la diplomazia internazionale in un vasto palcoscenico. Trump non governa, dirige, non vuole persuadere, non negozia: adotta un suo racconto, piega la verità al suo disegno. E lo fa con una lingua semplice e immediata, con un linguaggio che precede la razionalità. Il suo è un linguaggio che non argomenta.

È l’Europa che deve riuscire a capire e a reagire alle continue sfide del presidente americano. Perché non si può vivere sulle montagne russe. Se è vero che nessuno comprende gli stop and go del presidente USA, che minacciano continuamente la solidità della NATO ed i rapporti tra alleati, è altrettanto vero che una risposta deve necessariamente giungere dai Paesi europei. E riguarda un serio cambiamento costruttivo, un’identità tangibile e la capacità di elaborare un nuovo pragmatismo etico. Il problema forse non è Trump, ma l’Europa.

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