Insicurezza strutturale. Diritto, forza e il ciclone Trump nell’ordine globale

(Girolamo Boffa)

Nel dibattito pubblico contemporaneo l’ordine internazionale viene spesso rappresentato come un sistema fondato sul diritto: un insieme di regole condivise, garantite da istituzioni sovranazionali, capaci di sostituire la forza con la norma. Carte, trattati, tribunali e risoluzioni compongono una grammatica giuridica che promette di trasformare il conflitto in procedura e l’arbitrio in legalità. Questa narrazione, largamente occidentale, non è priva di fondamento. Diventa però fuorviante nel momento in cui viene assunta come chiave interpretativa primaria dei rapporti di potere globali.

Il problema non risiede nell’esistenza del diritto internazionale, bensì nella sua pretesa di autonomia. La distanza tra la norma dichiarata e la prassi reale degli Stati non è un’anomalia contingente, ma una costante strutturale. Il diritto internazionale funziona, produce effetti, organizza comportamenti; ma non governa. La sua efficacia dipende sempre da fattori che non sono giuridici, bensì politici e materiali. Scambiare il linguaggio della regolazione per la fonte ultima dell’ordine significa confondere lo strumento con il fondamento.

Un esempio elementare chiarisce questa asimmetria. Un genitore impone a due fratellini la regola di non usare le mani per risolvere un conflitto. La norma è sensata, persino educativa. Ma se i due non obbediscono, è lo stesso genitore a intervenire con la forza, ristabilendo l’ordine anche attraverso ciò che la regola vietava. In questo gesto non vi è contraddizione: la norma vale finché chi detiene l’autorità decide che valga. La forza non nega la regola; ne stabilisce i limiti di applicabilità.

Nel sistema internazionale accade qualcosa di analogo. Il diritto esiste perché qualcuno è in grado di sostenerlo e vale finché il suo rispetto è compatibile con gli interessi vitali di chi detiene il potere. Non a caso tutti gli Stati possiedono diplomatici, ma non tutti possiedono eserciti; e questa differenza non è simbolica. Dove manca la capacità coercitiva, il diritto assume la forma di una richiesta. Dove essa è presente, diventa uno strumento. La norma nasce per limitare la forza, ma non può mai prescindere da essa.

In questo senso, lo stato naturale dell’uomo non è la pace né la guerra, ma la forza: una condizione originaria che precede la norma e nella quale la norma può esistere solo se qualcuno è in grado di garantirla. L’ordine giuridico globale non rappresenta l’alternativa alla forza, ma il tentativo — sempre parziale e reversibile — di amministrarla.

Se il diritto internazionale non è sovrano, non per questo è inutile. Al contrario, esso funziona, spesso anche in modo efficace, ma solo entro condizioni precise. Comprendere queste condizioni è essenziale per evitare due errori opposti e speculari: l’idealismo giuridico, che attribuisce al diritto una forza che non possiede, e il cinismo brutale, che lo liquida come pura finzione.

Il diritto funziona soprattutto nelle dispute minori, nei conflitti a bassa intensità, tra Stati che non dispongono di una reale capacità coercitiva o che non percepiscono in gioco interessi vitali. In questi contesti la norma giuridica rappresenta uno strumento di stabilizzazione e mediazione, non perché sia intrinsecamente vincolante, ma perché nessuna delle parti è in grado — o disposta — a imporre una soluzione alternativa attraverso la forza.

In altri termini, il diritto opera efficacemente dove la forza è assente, asimmetrica o inutilizzabile. È qui che la reciprocità giuridica trova il suo spazio: non come principio morale universale, ma come soluzione razionale in condizioni di debolezza condivisa. Il diritto internazionale è così, storicamente, anche uno strumento dei deboli.

Quando però il confronto si sposta verso il centro del sistema, dove operano attori dotati di potenza reale, la capacità vincolante della norma si riduce drasticamente. Nei rapporti tra potenze forti il diritto non scompare formalmente, ma cessa di essere decisivo. A prevalere sono la deterrenza, l’equilibrio, il calcolo strategico. Tra grandi potenze non esistono arbitri, ma equilibri.

Nei rapporti tra forti e deboli, invece, la norma viene applicata in modo selettivo e asimmetrico, diventando un lessico di copertura dell’azione di forza. Il diritto non precede l’uso della forza né lo impedisce; viene richiamato dopo, se e quando risulta utile. Serve a legittimare l’azione, a contenerne i costi politici, a rassicurare l’opinione pubblica interna e quella degli alleati.

Questo doppio standard non è il prodotto di una deviazione morale, ma la conseguenza diretta di un sistema privo di un’autorità sovrana capace di imporre il rispetto della norma a tutti gli attori. In assenza di un garante ultimo, il diritto diventa uno strumento flessibile, utilizzato in modo diverso a seconda della posizione occupata nella gerarchia internazionale.

Al fondo di queste dinamiche non vi è una regressione improvvisa verso forme primitive di conflitto, ma una continuità storica profonda. Dalla clava all’arma nucleare, fino al dominio tecnologico e informativo, ciò che cambia non è la logica del potere, ma i suoi strumenti. La forza non scompare con il progresso: si trasforma, si raffina, si maschera.

Ogni ordine si regge su un equilibrio che resta tale solo finché la distribuzione della forza lo rende sostenibile. Quando quell’equilibrio si incrina, le norme che lo accompagnavano perdono efficacia, vengono reinterpretate, sospese, aggirate. Non perché siano false, ma perché non sono più sostenute da una forza adeguata al nuovo contesto.

È qui che riemerge ciò che la tradizione politica ha sempre saputo: lo stato di natura non coincide con la violenza permanente, ma con una condizione di insicurezza latente, pronta a manifestarsi quando i dispositivi di contenimento si indeboliscono. In assenza di un’autorità sovrana globale, la sicurezza non è mai garantita; è solo temporaneamente prodotta da rapporti di forza favorevoli.

In questo quadro si colloca il “ciclone” Donald Trump. Trump non rappresenta una parentesi irrazionale né un ritorno allo stato di violenza, ma l’emersione esplicita di una trasformazione già in atto. È insieme effetto e acceleratore dell’insicurezza strutturale: intercetta un sistema che non garantisce più sicurezza attraverso le regole e ne abbassa ulteriormente la soglia di prevedibilità.

Il punto decisivo, tuttavia, non è Trump, ma ciò che egli rivela. Il diritto internazionale continua a svolgere una funzione essenziale di regolazione e contenimento, ma non può trasformare l’insicurezza strutturale in sicurezza garantita. Può solo ritardarne gli effetti, attenuarne le manifestazioni, renderla temporaneamente governabile.

Ignorare questa realtà non è una scelta morale, ma un errore analitico. Significa scambiare il linguaggio dell’ordine per il suo fondamento e la norma per la forza che la sostiene. Il mondo che emerge non è più violento di quello passato; è semplicemente più esplicito. E in questa esplicitazione, il “ciclone Trump” non segna una rottura della storia, ma la fine di una lunga rimozione: quella dell’idea che l’ordine internazionale potesse, un giorno, emanciparsi definitivamente dalla forza.

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