Il tema della libertà è centrale in questa fase storica. Un contributo di Girolamo Boffa
Nella storia, l’antagonismo tra potere autocratico e libertà assume quasi sempre la stessa forma essenziale: il potere si fonda sul dogma, la libertà sul dubbio.
Il primo chiude il senso, la seconda lo riapre.
Il potere, per conservarsi, ha bisogno di verità stabili, amministrabili, indiscutibili; la libertà, al contrario, nasce dalla domanda che incrina ciò che appare definitivo.
Non è un caso che Socrate venga condannato non per aver proclamato una dottrina alternativa, ma per aver insegnato a dubitare, a chiedere “perché”, dissolvendo le certezze su cui si reggeva la Polis: è il dubbio, non l’eresia, a risultare intollerabile.
Lo stesso schema si ripete nei secoli: l’Impero romano percepisce nel cristianesimo delle origini una minaccia non militare ma simbolica, perché introduce un principio di verità non coincidente con l’autorità politica; il Medioevo combatte le eresie non tanto per l’errore teologico quanto per la rottura del monopolio interpretativo; Galileo Galilei viene colpito non per aver negato Dio, ma per aver affermato che la verità può essere osservata, verificata, corretta: ciò che viene messo in discussione non è un contenuto, ma il controllo del senso.
In questa stessa linea si colloca anche il conflitto tra la Chiesa cattolica e la massoneria: non riducibile a una mera contrapposizione “politica”, ma espressione di una tensione più profonda tra una verità rivelata e custodita e una verità cercata attraverso la ragione, l’autonomia di coscienza e il dubbio organizzato.
Anche i totalitarismi del Novecento confermano la regola: ciò che essi temono davvero non è il dissenso armato, ma il pensiero critico, l’ironia, la complessità – tutto ciò che rende instabile la verità ufficiale.
In ogni epoca, il potere tollera più facilmente un nemico dichiarato che un dubbio diffuso, perché il primo si combatte, il secondo si insinua.
Se questo conflitto attraversa la storia in forme sempre diverse, è perché non riguarda singoli regimi o specifiche ideologie, ma il modo stesso in cui pensiamo la libertà. Ogni potere che pretende stabilità ha bisogno di verità chiuse; ogni libertà autentica, invece, apre spazi che non possono essere interamente controllati.
Ma il punto decisivo è un altro, più sottile e più recente: nel tentativo di rendere la libertà compatibile con l’ordine, il pensiero moderno ha finito per ridisegnarla in modo tale da neutralizzarne la portata. Prima ancora di essere repressa dall’esterno, la libertà è stata circoscritta dall’interno, trasformata in un fatto privato, difensivo, delimitato. È qui che il conflitto tra dogma e dubbio si sposta sul terreno della teoria politica contemporanea e si prepara a produrre i suoi effetti più ambigui.
Uno degli inganni più profondi e disgreganti del pensiero politico degli ultimi due secoli è racchiuso in una formula tanto rassicurante quanto fuorviante: la mia libertà finisce dove comincia la tua. Un principio elaborato in ambito filosofico da Immanuel Kant e ripreso, in chiave etico-civile, da Martin Luther King Jr., ma che nella sua ricezione moderna ha subito una torsione decisiva. Ciò che nasceva come criterio di rispetto è diventato un dispositivo di separazione; ciò che doveva proteggere la libertà ne ha progressivamente ridotto l’orizzonte. In questa formulazione si annida un’inversione della realtà: la libertà viene pensata come una somma di spazi individuali, come un concetto multiplo e privato, anziché come ciò che realmente è — un concetto uno e collettivo.
Quando la libertà è concepita come recinto, essa non si espande ma si contrae; non genera responsabilità, ma cautela difensiva. Si realizza così il paradosso novecentesco delle riserve indiane della libertà: ambiti protetti, teoricamente inviolabili, all’interno dei quali il soggetto, pur di non rischiare di “invadere” lo spazio altrui, resta prigioniero del proprio. È una libertà senza esposizione, senza rischio, senza relazione; una libertà che non chiama all’azione ma alla rinuncia. Troppo facile, e soprattutto troppo deresponsabilizzante. In questo schema, nessuno è davvero responsabile di nulla, perché ciascuno può sempre rifugiarsi nel proprio perimetro legittimato.
Al contrario, una libertà autenticamente plurale non è la libertà del soggetto isolato, ma la libertà dell’uomo, inteso come essere-in-relazione. Essa non finisce dove comincia l’altra, ma comincia con l’altro, cresce nell’incontro, si intensifica nella condivisione del rischio e del destino.
Eppure, paura, pigrizia, egoismo e convenienza ci hanno progressivamente indotti — e continuano a indurci — a preferire recinti di comodo, che teorizziamo come necessari e naturali. In questo modo, ciò che è una costruzione difensiva viene elevato a principio universale.
Non per fedeltà alla libertà, ma per sottrarci al peso che essa comporta.



