Mosse a sorpresa dell’Iran e degli Stati Uniti, sul fronte di guerra del Medio Oriente. Più o meno alla stessa ora in cui gli americani cominciavano a recarsi a votare, l’Iran si è dichiarato pronto a riaprire lo Stretto di Hormuz “in due giorni”, mentre la Guida Suprema Khamenei autorizzava a trattare con gli Stati Uniti. “Ci stiamo adoperando per risolvere le questioni attraverso il dialogo e a questo proposito la Guida Suprema ha conferito al governo l’autorità necessaria” ha detto il presidente Massoud Pezeskhian: una dichiarazione che ha subito alimentato le speranze di una soluzione diplomatica della guerra e fatto scendere il prezzo del petrolio. Poco più tardi, è entrato scena anche Donald Trump, con l’annuncio che, con la fine di quest’anno, gli Stati Uniti chiuderanno il rubinetto degli aiuti militari ad Israele. “Con Netanyahu abbiamo fatto un accordo: basta con gli aiuti militari, che valgono quattro miliardi di dollari all’anno. Israele è diventato un Paese di grande successo, non ne ha più bisogno”.
L’effetto immediato dei due annunci è stato di riportare in primo piano la “questione guerra”, alla base di gran parte del malcontento dei cittadini americani perché causa principale dell’aumento del costo della vita, una “tassa” che colpisce sia i democratici, che sono all’opposizione, che i repubblicani, che da Trump avevano avuto la promessa, tradita, di non fare nuove guerre. L’annuncio del presidente che lo Stato risparmierà quattro miliardi di dollari all’anno viene interpretato da parte degli analisti come il tentativo di fare credere agli elettori che l’austerity sta per finire perché l’Iran starebbe per crollare, e “io non voglio fare tante vittime ma se per finire questa guerra dovesse essere necessario lo faremo”. D’altra parte lo stesso Trump, in un’intervista a Fox News, ha affermato che l’annuncio nasce da considerazioni politiche: “La sinistra – secondo lui – usa il pagamento dell’aiuto di quattro miliardi di dollari l’anno come segnale di un’ingiustizia, e non possiamo permetterlo”, ha spiegato.
Gli aiuti militari a Israele sono autorizzati dal Congresso e regolati da un memorandum d’intesa decennale che giunge a scadenza nel 2028. Il suo ammontare esatto è di 3,8 miliardi l’anno. Già da mesi i governi americano e israeliano lavoravano a una sua modifica, con l’obiettivo di ridurre gli aiuti diretti e allargare, invece, le coproduzioni di sistemi d’arma. Trump, per il quale sarebbe stato addirittura Netanyahu a caldeggiare l’annuncio della fine degli aiuti, ha ribadito il piano accordo che c’è su questo punto, garantendo che Israele potrà comperare negli States “tutti gli armamenti che vuole”. Nessun riferimento, insomma, alle voci di dissensi tra il presidente americano, che ha tentato invano di chiudere la guerra prima del midterm, e il primo ministro israeliano che vorrebbe la fine della guerra con l’Iran sconfitto in maniera totale.
Del resto, nonostante l’autorizzazione “a trattare” data dalla Guida Suprema al presidente Pezeskhian, gli osservatori non credono affatto che Teheran sia oggi più arrendevole di qualche tempo fa. L’Iran ha confermato ancora oggi che la base delle discussioni, che Teheran è pronto a riprendere subito, è il piano in sette punti presentato a settembre, che Trump aveva già respinto. I segnali diplomatici potrebbero essere di natura tattica, insomma, in vista di queste elezioni di midterm. Da notare che, secondo uno studio della Brown University citato da Swissinfo.com, a oggi la guerra è già costata agli Stati Uniti 17,9 miliardi di dollari.
Carlo Rebecchi



