Analisi sull’avvertimento dell’MI5 in una «nuova era» di minacce alla sicurezza / Analysis of MI5’s warning in a “new era” of security threats

Nel suo aggiornamento annuale sulle minacce del 13 ottobre 2026, il direttore generale dell’MI5 Sir Ken McCallum ha parlato di una “nuova era” per la sicurezza nazionale, che richiede “una nuova risposta”. Il passaggio centrale è la necessità di superare la cornice tradizionale: la sicurezza nazionale non è più un “contesto geopolitico remoto” delegato a poche agenzie specializzate, perché gli impatti delle minacce “su larga scala nel 2026” — incendi dolosi, sabotaggio, attacchi informatici, coercizione, violenza — sono “profondamente umani”.

Il Council on Foreign Relations (CFR) legge l’intervento su due binari: dove McCallun ha ‘colto nel segno’ e ciò che ha lasciato fuori.

Dove ha ‘colto nel segno’. L’enfasi sulla resilienza è articolata su tre livelli: sistemica (infrastrutture critiche), sociale (contrastare i tentativi di distorcere e dividere la società) e tecnologica, con l’IA al centro. È una struttura corretta perché riconosce che la difesa non è solo un problema di servizi segreti. E l’attenzione all’IA è giustificata: il potere dell’IA in mano ad attori ostili di “immaginare, creare, distruggere e infettare” è ancora agli inizi, ma le barriere d’ingresso sono bassissime — qualsiasi gruppo militante con accesso a internet può produrre contenuti altamente personalizzati.

Cosa mancava. Qui sta la critica più interessante. McCallum ha citato di passaggio gli “algoritmi polarizzanti” e ciò che “somministrano ai vostri adolescenti nelle loro camere da letto”, ma secondo gli autori di CFR questo sottovaluta il ruolo degli algoritmi nel creare camere d’eco della radicalizzazione. L’intelligence affronta una nuova era in cui algoritmi, deepfake e camere d’eco dei social alimentano l’estremismo. Sullo stesso piano, il discorso ammette che il terrorismo di estrema destra “continua a pendere verso i giovani, spinto da internet” e cita il caso di un tredicenne sotto indagine, ma senza trarne le conseguenze: in venticinque anni dal 9/11 i governi non hanno capito abbastanza la mente infantile e adolescenziale, e servono modelli di resilienza differenziati per fascia d’età.

Il quadro empirico

Il discorso fornisce alcuni dati che cambiano la scala del problema.

Sulle minacce statali: nel 2026 l’MI5 dedica a questo fronte più risorse che durante la Guerra Fredda, e il carico di casi è quadruplicato nell’ultimo decennio. Il National Security Act è in “uso intensivo”, con dozzine di arresti nei tre anni dalla sua entrata in vigore e condanne collegate a Russia, Iran e Cina.

Sui singoli attori:

  • la Russia resta “aggressore numero uno”, con il Cremlino che continua a colpire il Regno Unito e i suoi alleati.
  • l’Iran subappalta la violenza nel Regno Unito a proxy criminali, prendendo di mira oppositori, media iraniani e siti israeliani. Nel 2026 Teheran ha tentato di espandere la campagna ibrida: negli ultimi dodici mesi le operazioni collegate all’Iran hanno portato a oltre cinquanta arresti nel Paese.
  • la Cina: a maggio le prime condanne per reati di sicurezza nazionale legati a Pechino — due uomini incarcerati per aver tentato di organizzare un’operazione di “shadow policing” contro un cittadino cinese residente nel Regno Unito. Due settimane prima del discorso, l’MI5 ha emesso un allarme spionaggio verso il mondo accademico, segnalando un istituto che si presenta come ente di ricerca convenzionale ed è invece utilizzato regolarmente dall’intelligence cinese, finanziando progetti su IA e cybersicurezza mirati a migliorare le capacità di spionaggio di Pechino.

Sul terrorismo: il livello di minaccia è tornato a SEVERE per la prima volta in quasi cinque anni — attentato altamente probabile. La tendenza più marcata dell’ultimo anno è l’aumento dei casi in cui versioni estremiste del risentimento anti-immigrazione e anti-musulmano scivolano verso l’intento terroristico, con aspiranti attentatori diretti contro moschee e luoghi legati a immigrazione e asilo. Il terrorismo di estrema destra continua a pendere verso i giovani.

Analisi geostrategica: quattro slittamenti strutturali

1. Il confine interno/esterno si è dissolto. La scelta dell’MI5 — agenzia di sicurezza interna — di fare un discorso sulle minacce statali e tecnologiche non è neutra. Quando un servizio interno è il principale destinatario politico di una dottrina sulle minacce ibride, significa che la difesa del territorio passa ormai per la coesione sociale e le infrastrutture digitali più che per i confini. Il “new response” invocato non è un nuovo assetto organizzativo, è un nuovo perimetro: la società civile come teatro di scontro.

2. L’attribuzione diventa la risorsa scarsa. La gamma di minacce elencate è caratterizzata da negabilità plausibile e da costi d’ingresso ridotti. Il ricorso a proxy criminali da parte di Russia e Iran conferma lo spostamento: attori statali delegano a criminali comuni, mantenendo distanza politica, e l’IA abbatte il costo di ogni singola operazione. Il vantaggio non va a chi ha più forza, ma a chi ha più ambiguità — e la valuta corrente della coercizione diventa il denaro facile offerto a manovalanza locale, come lo stesso McCallum ha ammonito.

3. La finestra demografica si è spostata verso il basso. La radicalizzazione giovanile non è più un effetto collaterale ma un vettore: se un tredicenne può essere indagato dai servizi, il ciclo di reclutamento si è accorciato e la sorveglianza tradizionale perde i suoi marcatori (età, mobilità, organizzazione fisica). Per l’Europa continentale questo si traduce in un problema di prevenzione che nessuna agenzia di intelligence può coprire da sola — richiede scuola, piattaforme, famiglie. È l’anello debole di ogni dottrina di sicurezza nazionale basata sullo Stato.

4. Il caso Cina mostra la normalizzazione giuridica del contrasto. Le prime condanne per “shadow policing” e l’allarme spionaggio al mondo accademico indicano che il Regno Unito sta passando dalla deterrenza dichiarativa all’azione penale sistematica. È un cambio di fase: la minaccia statale cinese non è più trattata come questione diplomatica da gestire con prudenza commerciale, ma come reato perseguibile. Questo restringe lo spazio per la diplomazia economica e irrigidisce la relazione proprio mentre la cooperazione su clima e IA resta necessaria.

Sul piano delle alleanze, la cornice anglosassone resta la più esplicita nel nominare la minaccia statale, ma l’elemento tecnologico genera dipendenza reciproca: il Regno Unito non ha le piattaforme, l’Europa non ha l’intelligence di scala, gli Stati Uniti non hanno il controllo sui contenuti che circolano nelle società alleate. La risposta coordinata è più facile da predicare che da attuare.

Cosa aspettarsi

Il discorso di McCallum va letto come un documento programmatico: la formula “nuova era, nuova risposta” è il preludio a un pacchetto di misure concrete nei prossimi diciotto mesi.

Resilienza come capitolo di spesa. Ci si aspetta che infrastrutture critiche — energia, telecomunicazioni, sanità, catene di approvvigionamento — diventino oggetto di obblighi di sicurezza più stringenti, non solo di raccomandazioni volontarie. Il settore privato assumerà un ruolo quasi-regolatorio nella difesa nazionale, con parte del costo di transizione scaricata sui consumatori.

Dalla sorveglianza alla content governance. La critica del CFR — algoritmi sottovalutati — prefigura la prossima battaglia regolatoria: non “cosa possono leggere i servizi”, ma “cosa possono amplificare le piattaforme”. L’esito è incerto: incrocia la regolazione digitale europea, il primo emendamento americano e la logica di profitto delle piattaforme, e nessuno dei tre attori ha interesse a cedere per primo.

La dimensione giovanile come test politico misurabile. Se la radicalizzazione pende davvero verso i giovani, i governi saranno giudicati sulla prevenzione — programmi scolastici, supporto ai genitori, alfabetizzazione mediatica — non sull’arresto. È un terreno dove i risultati si vedono in un decennio e le pressioni elettorali premiano misure visibili e immediate: un disallineamento strutturale che probabilmente produrrà politiche simboliche più che efficaci.

IA come moltiplicatore. Il punto forse più sottovalutato: non serve un’IA avanzata per essere pericolosi, basta un’IA accessibile per produrre contenuti personalizzati su scala. La proliferazione della minaccia non seguirà la curva della capacità tecnologica, ma quella dell’accesso — molto più rapida e molto più piatta. Le agenzie si troveranno di fronte a un numero crescente di attori marginali con capacità di impatto sproporzionata, esattamente la condizione che rende l’attribuzione politicamente più costosa e l’azione preventiva giuridicamente più difficile.

Il fronte statale resterà quello dominante, ma con geometrie diverse. Con la Russia aggressore numero uno, l’Iran che subappalta e la Cina che opera su accademia e tecnologie, ci si aspetta un irrigidimento progressivo ma selettivo: massima durezza su sabotaggio e coercizione fisica, cautela su ricerca, università e catene tecnologiche, dove l’interesse economico frena l’azione. Il vero test sarà se i governi riusciranno a distinguere la minaccia dalla collaborazione necessaria — la Cina è insieme il principale rivale di spionaggio e un partner scientifico indispensabile, e questa tensione non si risolverà, si gestirà.

L’Europa continentale dovrà colmare un vuoto che il Regno Unito non colmerà per lei. Londra ha fatto un discorso che riguarda l’Europa intera, ma le capacità di intelligence e il framework regolatorio restano nazionali o frammentati. Ci si aspetta un’ulteriore pressione per un coordinamento europeo su minacce ibride e ibridazione algoritmica — con la consueta tensione fra sicurezza e sovranità digitale.

(English version)

In his annual threat update on 13 October 2026, MI5 Director General Sir Ken McCallum spoke of a “new era” for national security, one that requires “a new response”. The central passage is the need to move beyond the traditional framing: national security is no longer a “remote geopolitical context” delegated to a handful of specialised agencies, because the impacts of “large-scale threats in 2026” — arson, sabotage, cyberattacks, coercion, violence — are “profoundly human”.

The Council on Foreign Relations (CFR) reads the speech along two tracks: where McCallum “got it right” and what he left out.

Where he “got it right”. The emphasis on resilience is articulated on three levels: systemic (critical infrastructure), social (countering attempts to distort and divide society) and technological, with AI at the centre. It is a sound structure because it recognises that defence is not solely a problem for the intelligence services. And the focus on AI is justified: the power of AI in the hands of hostile actors to “imagine, create, destroy and infect” is still in its early stages, but the barriers to entry are extremely low — any militant group with internet access can produce highly personalised content.

What was missing. Here lies the most interesting critique. McCallum mentioned in passing the “polarising algorithms” and what they “serve up to your teenagers in their bedrooms”, but according to the CFR authors this underplays the role of algorithms in creating radicalisation echo chambers. Intelligence faces a new era in which algorithms, deepfakes and social media echo chambers fuel extremism. Along the same lines, the speech acknowledges that far-right terrorism “continues to skew young, driven by the internet” and cites the case of a thirteen-year-old under investigation, but without drawing the consequences: in the twenty-five years since 9/11, governments have not understood the infant and adolescent mind well enough, and age-differentiated resilience models are needed.

The empirical picture

The speech provides some figures that change the scale of the problem.

On state threats: in 2026 MI5 is devoting more resources to this front than during the Cold War, and the caseload has quadrupled over the past decade. The National Security Act is in “intensive use”, with dozens of arrests in the three years since it came into force and convictions linked to Russia, Iran and China.

On individual actors:

  • Russia remains the “number one aggressor”, with the Kremlin continuing to strike at the UK and its allies.
  • Iran subcontracts violence in the UK to criminal proxies, targeting dissidents, Iranian media and Israeli sites. In 2026 Tehran attempted to expand its hybrid campaign: over the past twelve months, Iran-linked operations have led to more than fifty arrests in the country.
  • China: in May came the first convictions for national security offences linked to Beijing — two men imprisoned for attempting to organise a “shadow policing” operation against a Chinese citizen resident in the UK. Two weeks before the speech, MI5 issued a spying alert to academia, flagging an institute that presents itself as a conventional research body but is in fact regularly used by Chinese intelligence, funding projects on AI and cybersecurity aimed at improving Beijing’s espionage capabilities.

On terrorism: the threat level has returned to SEVERE for the first time in nearly five years — an attack is highly likely. The most marked trend of the past year is the rise in cases where extremist versions of anti-immigration and anti-Muslim resentment slide towards terrorist intent, with would-be attackers targeting mosques and places linked to immigration and asylum. Far-right terrorism continues to skew young.

Geostrategic analysis: four structural shifts

  1. The internal/external boundary has dissolved. MI5’s choice — an internal security agency — to give a speech on state and technological threats is not neutral. When an internal service is the main political addressee of a doctrine on hybrid threats, it means that the defence of territory now runs through social cohesion and digital infrastructure rather than through borders. The “new response” invoked is not a new organisational arrangement, it is a new perimeter: civil society as a theatre of confrontation.
  2. Attribution becomes the scarce resource. The range of threats listed is characterised by plausible deniability and reduced entry costs. The use of criminal proxies by Russia and Iran confirms the shift: state actors delegating to common criminals, maintaining political distance, while AI drives down the cost of each individual operation. The advantage does not go to whoever has the most strength, but to whoever has the most ambiguity — and the current currency of coercion becomes the easy money offered to local muscle, as McCallum himself warned.
  3. The demographic window has shifted downwards. Youth radicalisation is no longer a side effect but a vector: if a thirteen-year-old can be investigated by the services, the recruitment cycle has shortened and traditional surveillance loses its markers (age, mobility, physical organisation). For continental Europe this translates into a prevention problem that no intelligence agency can cover alone — it requires schools, platforms, families. It is the weak link in any national security doctrine built on the state.
  4. The China case shows the legal normalisation of countermeasures. The first “shadow policing” convictions and the espionage alert to academia indicate that the UK is moving from declaratory deterrence to systematic criminal prosecution. It is a change of phase: the Chinese state threat is no longer treated as a diplomatic matter to be handled with commercial prudence, but as a prosecutable offence. This narrows the space for economic diplomacy and hardens the relationship just when cooperation on climate and AI remains necessary.

On the alliance front, the Anglo-Saxon framework remains the most explicit in naming the state threat, but the technological element creates mutual dependence: the UK does not have the platforms, Europe does not have intelligence at scale, the United States does not have control over the content circulating in allied societies. A coordinated response is easier to preach than to implement.

What to expect

McCallum’s speech should be read as a policy document: the formula “new era, new response” is the prelude to a package of concrete measures over the next eighteen months.

Resilience as a spending chapter. Critical infrastructure — energy, telecommunications, healthcare, supply chains — is expected to become subject to tighter security obligations, not merely voluntary recommendations. The private sector will take on a quasi-regulatory role in national defence, with part of the transition cost passed on to consumers.

From surveillance to content governance. The CFR’s critique — algorithms underplayed — foreshadows the next regulatory battle: not “what the services can read,” but “what the platforms can amplify.” The outcome is uncertain: it intersects European digital regulation, the American First Amendment and the profit logic of the platforms, and none of the three actors has an interest in being the first to give ground.

The youth dimension as a measurable political test. If radicalisation really does skew young, governments will be judged on prevention — school programmes, support for parents, media literacy — not on arrests. It is terrain where results take a decade to show and electoral pressure rewards visible, immediate measures: a structural misalignment that will probably produce symbolic rather than effective policies.

AI as a multiplier. Perhaps the most underrated point: you do not need advanced AI to be dangerous, an accessible AI is enough to produce personalised content at scale. The proliferation of the threat will not follow the curve of technological capability, but that of access — far faster and far flatter. Agencies will find themselves facing a growing number of marginal actors with disproportionate impact capacity, exactly the condition that makes attribution politically more costly and preventive action legally more difficult.

The state front will remain dominant, but with different geometries. With Russia the number one aggressor, Iran subcontracting and China operating on academia and technology, progressive but selective hardening is to be expected: maximum toughness on sabotage and physical coercion, caution on research, universities and technology supply chains, where economic interest holds back action. The real test will be whether governments can distinguish the threat from the necessary collaboration — China is at once the main espionage rival and an indispensable scientific partner, and this tension will not be resolved, it will be managed.

Continental Europe will have to fill a gap that the UK will not fill for it. London has delivered a speech that concerns the whole of Europe, but intelligence capabilities and the regulatory framework remain national or fragmented. Further pressure for European coordination on hybrid threats and algorithmic hybridisation is to be expected — with the usual tension between security and digital sovereignty.

Analisi basata su Unpacking MI5’s Warning on a ‘New Era’ of Security Threats, Farah Pandith, Council on Foreign Relations, 21 ottobre 2026

A cura di The Global Eye e SIOI

Marco Emanuele

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