C’è qualcosa di teatrale nella diplomazia di queste settimane, e non è un caso che l’abbia notato chi guarda la scena da Washington. Due rappresentazioni si svolgono in parallelo. Su un palco, Kyiv e gli alleati europei cercano di trasformare richieste e minacce americane in qualcosa che somigli a un piano accettabile per Donald Trump. Sull’altro, il Cremlino mette in scena il proprio spettacolo: l’inviato Kirill Dmitriev offre opportunità d’affari calibrate su un presidente mercantile, per attirarlo nell’orbita di Mosca e lasciare che l’avanzata lenta al fronte continui. Steve Witkoff e Jared Kushner saltellano fra le due produzioni. I due copioni restano separati e sprezzanti l’uno dell’altro, e il pubblico, per ora, non ha applaudito nessuno. Questa è la fotografia scattata dall’analisi di Nick Paton Walsh per CNN, e vale la pena prenderla sul serio non per la metafora ma per il fatto che c’è sotto: il negoziato non è fermo perché le parti non si parlano, ma perché parlano di cose diverse. L’Ucraina cerca di sopravvivere, la Russia cerca di vincere, e crede ancora di poterlo fare.
Il fatto che pesa più di tutti
Quando Trump parla di un accordo con la Russia, c’è un dato che prevale su ogni altro: l’idea russa di pace è sostanzialmente la vittoria. Il Cremlino è stato esplicito, anche nella versione meno massimalista delle sue richieste — la resa del Donbas senza ulteriori combattimenti. Putin ha a lungo accarezzato la smilitarizzazione dell’Ucraina, la rinuncia a entrare nella NATO e un cambio di leadership a Kyiv: tutte cose impraticabili in tempo di guerra. Da capo pragmatico quale è, ha ripiegato sul Donbas come obiettivo negoziale raggiungibile, mentre la pressione su Kyiv perché ceda cresce. È una scelta tattica, non un ridimensionamento strategico: il Donbas non è un compromesso, è il punto da cui si vede Kyiv.
La linea che non si può cedere — spiegata dalla Casa Bianca
La risposta più netta all’obiezione “perché non arrendersi, tanto il Donbas resta sempre meno abitabile” non viene da Kyiv, ma dal Segretario di Stato Marco Rubio, in un’intervista a Breitbart News del 15 ottobre. La Russia controlla tutto il Donetsk tranne l’11% circa, e in quel resto gli ucraini hanno una linea difensiva in cui si sono incuneati. Parole sue: si tratta dell’ultima linea difendibile, “da lì è un tiro dritto verso Kyiv” — e se la cedono, non resta nulla con cui difendere la capitale.
Nello stesso intervento Rubio ha ridimensionato la narrativa dell’avanzata russa: Mosca non sta realmente avanzando, ha detto, e ha quindi cambiato metodo — applicare “dolore straordinario alla popolazione ucraina” con droni, missili balistici e attacchi all’infrastruttura energetica. Ha riconosciuto gli sforzi di Kushner e Witkoff, ma ha chiuso con una frase che pesa più di tutto il resto: “Vorremmo che la guerra finisse, ma alla fine abbiamo anche altre priorità nel mondo”. Ha poi passato 45 minuti al telefono con Zelensky martedì, segno che forse è più coinvolto di quanto quella chiusura lasci intendere. Ma l’aspettativa ribassata resta il dato politico più significativo: se una delle menti più solide della Casa Bianca considera la pace una scommessa lunga nella migliore delle ipotesi, cosa hanno prodotto dieci giorni di attriti USA-Ucraina?
La sequenza che ha riscritto i termini
Tre mosse in una settimana hanno cambiato il rapporto di forza:
- 9 ottobre — telefonata Putin-Trump, da cui nasce l’ipotesi di un vertice a tre con Xi Jinping e un accordo controverso sull’export di diesel russo verso i mercati globali.
- 14-16 ottobre — Trump rinuncia a una serie di nuove sanzioni e tariffe contro la Russia, e nega di aver ordinato le restrizioni su Starlink di cui parlava Elon Musk.
- 20 ottobre — Witkoff incontra Zelensky a Oslo, poi vola a San Pietroburgo per presentare a Putin una proposta aggiornata. Lo stesso giorno Trump dichiara che “l’Ucraina deve voler chiudere questa guerra”.
Il segnale strutturale è l’asimmetria delle concessioni: Washington allenta la pressione economica su Mosca e la aumenta su Kyiv nello stesso intervallo di tempo. Non è una mediazione fra due parti — è la ridefinizione di chi deve pagare il prezzo della pace.
L’elenco dei doni, e le sue crepe
Trump ha offerto a Mosca una serie di incentivi filorussi per attirarla verso una pace i cui termini non ha ancora definito. La lista è lunga: un accordo sul diesel, un cessate il fuoco energetico annunciato unilateralmente e apparentemente ignoto alle parti, restrizioni su Starlink e Starshield, limiti alla condivisione di intelligence, ripetuti inviti a Zelensky perché lasci l’incarico, e il crollo pluriennale del sostegno finanziario americano con l’Europa che ora paga l’aiuto militare. Se Putin potesse scrivere la politica americana, il risultato sarebbe difficile da distinguere da questo.
Va detto, però, che su alcuni di questi punti la ricostruzione è contestata e va maneggiata con cautela. Le restrizioni alla condivisione di intelligence: Zelensky ha dichiarato il 18 ottobre che i canali erano stati “bloccati per un certo periodo” e poi “sbloccati dal lato americano”, e il 20 ottobre ha confermato che ora funzionano; Rubio ha negato che vi sia stata alcuna pausa. Su Starshield le versioni divergono ancora di più: Reuters ha riferito, citando fonti, che l’ordine di limitarne l’uso era arrivato dall’interno della Casa Bianca, il Wall Street Journal ha scritto che fu Elon Musk ad autorizzare il rallentamento, Trump ha negato qualsiasi ordine presidenziale, e la stessa CNN ammette che queste misure “sembrano andare e venire”. Chi scrive di questa vicenda dovrebbe presentarle come un contenzioso aperto, non come un fatto stabilito.
Altrettanto vale per l’efficacia: molte di queste misure sono insostenibili o impraticabili. Il diesel non abbasserà presto i prezzi alla pompa americana, e il cessate il fuoco energetico è stato breve e ha ulteriormente eroso la credibilità di chi lo ha annunciato.
Sul terreno: l’inverno come arma negoziale
La pressione diplomatica arriva mentre quella militare non cala. Il quadro che emerge dalle fonti ucraine e dalle analisi militari è netto: la Russia non avanza, logora. Attacchi combinati su droni e missili balistici contro l’energia hanno colpito impianti in tutto il Paese, lasciando al buio centinaia di migliaia di persone; a metà ottobre un attacco su Kyiv ha ucciso quattro persone e ne ha ferite venticinque, e una donna di 21 anni è morta in un raid che ha danneggiato un centro commerciale. Nella regione di Kharkiv un attacco ha ucciso sei persone, tra cui tre bambini.
Il punto critico è la difesa aerea. A metà ottobre Kyiv ha esaurito gli intercettori Patriot: secondo il Washington Post, al 7 ottobre ne restavano dieci e sono stati consumati negli attacchi successivi. La fornitura americana è scesa a circa dodici intercettori al mese, un quarto del livello dell’era Biden. Zelensky ha accusato il Pentagono di ritardare consegne già pagate da Paesi europei attraverso il meccanismo PURL: “I missili sono pronti e potrebbero già essere in Ucraina, ma purtroppo manca ancora l’approvazione”. Diversi Paesi europei sarebbero pronti a trasferire intercettori dai propri stock, in attesa del via libera americano.
Sul fronte del Donbas c’è però un dato che complica la lettura della CNN e che vale la pena registrare: il 19 ottobre il comandante Andrii Biletskyi ha dichiarato che un’operazione ucraina — Operation Vivaldi — ha sventato un piano russo di accerchiamento dell’area Sloviansk-Kramatorsk, inducendo Mosca ad abbandonare temporaneamente sia la manovra di aggiramento sia l’assalto frontale diretto alle due città. Non è una svolta, ma contraddice l’immagine di un fronte in cedimento passivo.
Il fianco europeo
Qui si gioca la partita che conta davvero per Kyiv. Il 16 ottobre Zelensky ha chiesto ai leader UE almeno altri 70 miliardi di euro per il 2027, oltre ai 45 miliardi di euro già accantonati: un buco di finanziamento che la Commissione stima appunto intorno ai 70 miliardi, e che il portavoce Balázs Ujvári ha commentato dicendo che l’UE “non può fare questo da sola”. Circa 30 miliardi sono in pipeline per quest’anno, in gran parte sotto il prestito da 90 miliardi già varato.
Il problema non è la disponibilità, è la politica: la discussione sugli asset russi immobilizzati — Washington avrebbe proposto un rilascio parziale come incentivo a Mosca, gli europei hanno respinto — si intreccia con il negoziato sul bilancio pluriennale UE e con la campagna presidenziale francese. Il vero rischio per l’Ucraina nei prossimi sei mesi non è un crollo del fronte: è l’esaurimento politico del sostegno europeo proprio mentre Washington si disimpegna.
Cosa aspettarsi
Il negoziato si sposta sul terreno del capitale, non dei confini. La mossa di Dmitriev — offrire affari invece di discutere ritiri — indica la strategia russa per i prossimi mesi: comprare l’attenzione di Washington con opportunità economiche, non con concessioni territoriali. Sono possibili proposte su gas, terre rare, ricostruzione e diesel, presentate come “pace”.
Witkoff a San Pietroburgo porta un testo, non un ultimatum — e il testo è il rischio. Il contenuto di ciò che presenterà a Putin resta poco chiaro persino a Kyiv. La variabile da osservare non è se il pacchetto esiste, ma se contiene elementi che Zelensky può firmare senza una crisi politica interna: status dei territori, limiti alle forze armate, garanzie di sicurezza rinviate. Con Rubio che definisce la pace una scommessa lunga, la probabilità che venga presentato come prendere-o-lasciare è alta.
L’energia negoziale russa è l’inverno. La Russia non avanza, applica dolore: la leva su Kyiv non è territoriale ma infrastrutturale — elettricità, riscaldamento, difesa aerea a corto di intercettori. Tutte le scadenze in arrivo cadono dentro la stagione in cui quella leva lavora al massimo.
Il vertice a tre è il vero test. Se si tiene, l’Ucraina perde il ruolo di soggetto negoziale e l’Europa quello di garante. Se non si tiene, il formato torna bilaterale USA-Russia, che è comunque peggio per Kyiv di quello precedente.
Il vero orizzonte è il dopo-midterm, non il dopo-Witkoff. Se la lettura politica è corretta, queste settimane sono uno scarto interno americano, non una strategia verso l’Europa. Chi pianifica a Bruxelles e a Kyiv dovrebbe trattarle come rumore con effetti reali — dannoso, ma non definitivo — e usare la finestra per costruire l’autonomia che servirà quando il rumore finirà.
Il punto di rottura più probabile non è a Kyiv. È a Bruxelles e Parigi.
Fonti: CNN (Nick Paton Walsh, 20 ottobre 2026); Dipartimento di Stato USA, intervista di Marco Rubio a Breitbart News, 15 ottobre 2026; Axios, Reuters, BBC, Bloomberg, Politico Europe, Kyiv Independent, Kyiv Post, Ukrainska Pravda, The Guardian, Washington Post, Euronews, Euromaidan Press, Hromadske, European Commission.
Le restrizioni a Starlink/Starshield e la sospensione della condivisione di intelligence sono ricostruzioni contestate dalle autorità americane e trattate come tali nel testo.
A cura di The Global Eye e SIOI
Marco Emanuele



