Gli Stati Uniti valutano l’impiego della «madre di tutte le bombe» contro l’Iran, secondo alcune fonti

Fonte: CNN (Zachary Cohen, Haley Britzky, Kevin Liptak) 

Il fatto centrale

Lo Stato maggiore statunitense ha elaborato nuovi pacchetti di strike contro l’Iran che prevedono, tra le opzioni, l’impiego del GBU-43/B MOAB (“mother of all bombs”, 21.600 libbre, la più potente arma non nucleare dell’arsenale USA) contro infrastrutture energetiche e siti nucleari — incluso Pickaxe Mountain. L’attivazione dipende da un ordine di Trump, che potrebbe arrivare prima o dopo le elezioni di midterm. Per il MOAB sarebbe il primo impiego nel conflitto con l’Iran.

La ratio politica: un “off-ramp” simbolico

Il contesto non è l’escalation fine a sé stessa, ma la ricerca di un’uscita. La guerra è impopolare, i repubblicani temono il contraccolpo elettorale e dopo oltre sei mesi di bombardamenti non si intravede un accordo negoziato. L’amministrazione cerca da settimane un compromesso che offra a Trump una vittoria “simbolica” da vendere all’elettorato senza precludere un’intesa diplomatica (a partire dalla riapertura dello Stretto di Hormuz).

Il linguaggio della fonte è rivelatore: un pacchetto di strike concepito come “fireworks show” — spettacolo dimostrativo, non risolutivo — e la formula “prior to US retrograde in CENTCOM AOR”, che suggerisce la sequenza colpire → rivendicare vittoria → ritirare rapidamente il personale.

Trump ha dichiarato pubblicamente che non agirà prima del voto, ma diversi consiglieri ammettono di non sapere se quella posizione sia definitiva. Ha anche respinto la linea di chi lo esorta a ritirarsi subito: farlo, sostiene, apparirebbe come una sconfitta.

Il nodo tecnico: il MOAB non è un’arma da penetrazione

Qui sta la contraddizione strategica più rilevante. Il MOAB è un’arma air-blast: esplode prima di toccare il suolo, proiettando l’onda d’urto su grandi aree. Sviluppato in fase irachena come strumento di “psychological operations”, cancella un’area pari a circa nove isolati urbani, ma solo in superficie — non è progettato per penetrare in profondità.

I siti che si vorrebbero colpire, del resto, sono sotterranei: Pickaxe Mountain è fortificato da strati di granito. Un’arma a esplosione superficiale difficilmente li neutralizza. Una fonte di pianificazione è lapidaria: il MOAB è “great for huge area clearance but not much else”, non è un vettore da penetrazione profonda.

Ne discendono due corollari. Il primo è il rischio civile elevato: il raggio d’azione enorme diventa critico se applicato a infrastrutture energetiche prossime a centri abitati e a siti non militari. Il secondo è il valore prevalentemente psicologico: il MOAB può servire a esercitare pressione su un regime irrigidito, non a imporre la capitolazione. Trump si sarebbe messo in una posizione in cui è “quasi costretto a fare qualcosa” e, mancando le munizioni capaci di penetrare a quel livello, resta l’effetto psicologico — per il quale il MOAB è “ben attrezzato”.

Lo spettro della vittoria reale

Esiste una sola via riconosciuta per una sconfitta decisiva dell’Iran: una grande operazione con forze di terra, con un costo potenziale di migliaia di vite americane. Il Pentagono pianifica tutti gli scenari, quindi quei piani esistono, ma nessuno nell’amministrazione li sostiene al momento. Trump ha mostrato scarso interesse per truppe di terra sul suolo iraniano.

Da qui il dilemma politico: chiudere il conflitto il prima possibile senza disporre di uno strumento militare o diplomatico che lo chiuda davvero.

Preparativi e segnali operativi

Il dispositivo USA si sta preparando a una possibile ritorsione iraniana qualora arrivi il via libera. Il prossimo avvicendamento di truppe in CENTCOM è atteso entro poche settimane e, secondo una fonte, parte del personale in uscita potrebbe non essere sostituito. Sono indicatori classici di una finestra decisionale ravvicinata e di una possibile riduzione dell’impronta militare — coerente con l’ipotesi “colpisci, proclama, ritirati”.

Le posizioni ufficiali

La Casa Bianca non commenta piani militari sensibili che “potrebbero o non potrebbero esistere” e ribadisce che Trump “tiene tutte le opzioni sul tavolo perché l’Iran non abbia mai un’arma nucleare”. Il Pentagono parla di pianificazione per una vasta gamma di scenari operativi, per eseguire le direttive presidenziali e del Segretario. Formule di rito che, come sempre in questi casi, non smentiscono e non confermano.

Lettura geostrategica

La finalità dichiarata dai piani non è la vittoria militare, ma la gestione politica del tempo: obiettivi militari (siti nucleari, energia) e obiettivo politico (off-ramp pre/post-elettorale) non coincidono, e le fonti lo dicono esplicitamente. Il MOAB, di conseguenza, funziona come arma comunicativa più che operativa. Il precedente del 2017 in Afghanistan — primo impiego presidenziale, contro tunnel ISIS, 36 miliziani uccisi secondo fonti afghane — mostra l’uso come segnale: allora come oggi ci si chiese se una bomba da 21.600 libbre fosse necessaria per quel bersaglio.

Il mismatch mezzi-obiettivi resta il punto debole del piano: armamento a esplosione superficiale contro bersagli in granito profondo significa risultato militare incerto, risultato simbolico certo e rischio umanitario aperto. La variabile temporale è politica, con midterm, rotazione delle truppe e riduzione dello schieramento che convergono su un orizzonte di settimane. E l’asimmetria dell’esito è la conclusione più amara: anche in caso di strike spettacolari, senza terreno e senza accordo diplomatico il conflitto resta strutturalmente irrisolto — si compra tempo politico, non una conclusione strategica.

The Global Eye è in partnership con SIOI

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