Il documento informale firmato congiuntamente da Francia e Germania arriva in un momento che vale la pena leggere con attenzione, perché il suo significato non sta tanto nel contenuto tecnico quanto nella geometria politica che rivela. Siamo a pochi giorni dall’arrivo a Pechino del commissario al Commercio Maroš Sefčovič e a una settimana dal dibattito dei leader europei su possibili nuove misure protezionistiche: la tempistica non è casuale, e suggerisce che Parigi e Berlino vogliano fissare il perimetro della discussione prima che essa si apra formalmente.
Il punto di partenza è un dato che parla da sé: un disavanzo commerciale europeo verso la Cina stimato in circa un miliardo di euro al giorno nel 2025. Il documento non nomina Pechino, ma il contesto è inequivocabile. Eppure la scelta del linguaggio neutro rispetto ai Paesi non è un semplice espediente diplomatico: è una decisione politica che apre la possibilità — teorica ma non remota — di applicare gli stessi strumenti anche agli Stati Uniti.
Ciò che rende il documento davvero rilevante è chi lo firma. Solo due anni fa l’UE impose dazi anti-sussidio sui veicoli elettrici cinesi fino al 35 per cento, esito di un’indagine lunga e sanzionata dal WTO. La Germania votò contro persino quella misura ordinaria, per timore di ritorsioni cinesi; la Francia la sostenne. Ritrovare oggi Berlino e Parigi insieme su una linea di difesa commerciale aggressiva segnala uno spostamento strutturale nella posizione tedesca, probabilmente maturato dopo aver constatato che i dazi, peraltro applicati tredici mesi dopo l’avvio dell’indagine, ebbero effetto limitato: i costruttori cinesi assorbirono i costi e dirottarono le esportazioni verso gli ibridi, non coperti dalle misure.
Sul piano delle proposte, il documento si articola su quattro assi. Primo, il riconoscimento esplicito che gli squilibri commerciali globali e i disavanzi persistenti derivano da pratiche distorsive del mercato e richiedono strumenti nuovi — una posizione che fino a poco tempo fa l’UE bollava come ossessione americana mal riposta, e che ora sembra invece abbracciare. Secondo, l’invito a un uso più aggressivo degli strumenti tradizionali di difesa commerciale: anti-dumping, anti-sussidio, salvaguardie, con ricorso a margini inferiori a quelli calcolati, auto-avvio delle indagini, protezione di categorie più ampie di beni e maggiori risorse investigative. Terzo, e più significativo, un nuovo strumento per rispondere rapidamente a coercizione e ritorsioni da parte di “paesi terzi”, attivabile dalla Commissione salvo opposizione a maggioranza qualificata degli Stati membri: un’inversione dell’onere della prova che trasformerebbe l’attuale strumento anti-coercizione — oggi subordinato a un sostegno affermativo degli Stati — in un potere molto più agile. Quarto, l’assenza di qualsiasi menzione della Cina, omissione che in chiave Washington è stata a lungo un test di serietà.
Il nodo strategico è qui. L’ambiguità del documento non è una debolezza negoziale ma una scelta deliberata: tenere aperto il ventaglio dei destinatari significa che l’Europa rivendica autonomia decisionale anziché allinearsi automaticamente a una delle due sponde del Pacifico. Dal punto di vista americano, questa postura può suscitare irritazione — le misure potrebbero in teoria colpire anche gli Stati Uniti — ma è probabilmente più solida di un allineamento dichiarato e subordinato a contropartite. Un’Europa che si attrezza per conto proprio contro le pratiche distorsive è un partner più affidabile di una che lo fa per compiacere Washington, e un’amministrazione che apprezza sovranità e forza dovrebbe leggere in questa chiave l’iniziativa franco-tedesca.
Resta il limite intrinseco che il documento stesso non risolve: gli strumenti esistenti, per quanto usati con maggiore determinazione, restano inadatti a misurare sussidi e dumping in un contesto non di mercato, e i tempi lunghi e le alte soglie probatorie delle indagini WTO-compatibili sono esattamente ciò che ha reso necessari strumenti alternativi. Le raccomandazioni più incisive — riduzione dei tempi, mandati più ampi, contrasto alle elusioni — richiedono modifiche regolamentari e non sono a portata immediata. Il vero test, nei prossimi mesi, non sarà l’ambizione del testo ma la sua traduzione in pratica: l’accordo franco-tedesco è un passo in avanti reale, ma il valore di un non-paper si misura solo nell’attuazione.
Fonte: L. Daniel Mullaney/Atlantic Council – A French-German non-paper could be a turning point in EU trade defense
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