A tre anni dal 7 ottobre, la linea che collega quell’assalto all’attuale guerra tra Stati Uniti e Iran non è una linea retta, ma una serie di svolte mancate. Hamas aveva scommesso che un colpo devastante avrebbe ricollocato la questione palestinese al centro dell’agenda regionale e rotto l’embrione di coalizione arabo-israeliana sponsorizzata da Washington: sul primo punto ha avuto ragione, sul secondo ha ottenuto l’effetto opposto, e su entrambi ha pagato un prezzo che nessuna organizzazione può sostenere due volte. Hezbollah è entrato in guerra per alleggerire la pressione su Gaza lungo la frontiera libanese, e ne è uscito con la dirigenza decapitata, Nasrallah e Sinwar uccisi, un cessate il fuoco favorevole a Israele e nessun disarmo effettivo: la vittoria tattica israeliana non si è convertita in un nuovo ordine politico, perché le milizie sopravvivono alla perdita dei capi e alla distruzione delle città. Il collasso del regime di Assad a fine 2024 ha inferto alla Repubblica islamica il colpo più duraturo, recidendo il corridoio terrestre siriano, cioè l’arteria attraverso cui Hezbollah veniva rifornito e ricostruito, e consegnando Damasco a un governo sunnita che si è allineato a Washington e alle monarchie del Golfo in cambio di sanzioni alleviate e investimenti per la ricostruzione. Baghdad, sotto pressione economica e politica americana, ha chiesto il disarmo delle milizie sciite filoiraniane, con esiti parziali ma con un segnale inequivocabile sul ridimensionamento dell’influenza di Teheran in Iraq.
Quello che era sembrato l’inizio del collasso ha prodotto invece una revisione dottrinale dentro l’Iran, e la revisione è il vero motore di ciò che è accaduto dopo. La strategia della “unità dei fronti” — l’architettura concettualizzata e alimentata da Qasem Soleimani, fatta di attori non statali usati come strumenti di deterrenza sul territorio iraniano e di proiezione di potenza regionale — è stata messa in discussione da chi ne constatava l’effetto netto negativo contro Israele. Da quella lettura è nata una spinta al ripiegamento verso difesa e deterrenza dirette, che Stati Uniti, Israele e capitali arabe hanno interpretato come l’ingresso in un paradigma regionale nuovo, centrato su diversificazione economica e sviluppo tecnologico, con la sicurezza in secondo piano. La lettura era competitiva con la realtà, perché la stessa dirigenza ospitava una corrente opposta, secondo cui Teheran non aveva fatto abbastanza per i propri alleati e doveva invece ricostruirli come pilastro irrinunciabile della politica estera. È in questo scarto tra due dottrine che va collocata la decisione, presa a Washington e a Gerusalemme nella primavera del 2025, di portare la guerra sul suolo iraniano: la campagna aerea congiunta di giugno ha danneggiato gravemente gli impianti di arricchimento e i centri del potere del regime, mentre l’Iran ha risposto con missili e droni senza chiudere Hormuz, quindi senza danneggiare l’economia mondiale. La moderazione iraniana di giugno non era debolezza, ma la scelta di conservare una leva ancora non giocata; dopo sei mesi di relativa quiete, l’insurrezione interna di dicembre 2025-gennaio 2026 ha suggerito a Trump e Netanyahu che un intervento esterno contenuto potesse bastare a far cadere il regime. Il calcolo si è rivelato errato nel modo più costoso: il colpo iniziale ha eliminato una parte ampia della dirigenza, incluso il leader supremo Ali Khamenei, senza che l’apparato si dissolvesse. Un regime preparato da decenni all’ipotesi di decapitazione ha semplicemente ricomposto i propri vertici e ha tratto dal bombardamento la legittimazione interna che gli mancava.
Il contrattacco iraniano ha ridefinito il conflitto più di quanto abbia fatto l’offensiva americana. La chiusura dello Stretto di Hormuz al traffico energetico ha trasformato una guerra regionale in una crisi economica globale, e i missili e i droni hanno colpito basi americane e infrastrutture energetiche in numerosi Stati arabi del Golfo, cioè esattamente nei paesi che la presenza militare statunitense doveva proteggere. Da qui discende la conclusione dottrinale più rilevante per gli anni a venire: Teheran è probabilmente destinata a spostarsi verso l’autosufficienza tecnologica e militare, riducendo la dipendenza dagli alleati non statali come moltiplicatore di forza, perché la proliferazione di attori intermedi si è dimostrata un moltiplicatore anche di vulnerabilità. La guerra, però, contiene già la propria controprova: gli Houthi sono rimasti sostanzialmente intatti e, minacciando Bab el-Mandeb, continuano a proiettare potenza iraniana lungo una seconda strozzatura, il che rafforza la fazione interna che vuole ricostruire la difesa avanzata basata sugli alleati. L’Iran esce quindi dal conflitto con due dottrine in competizione e con la prova empirica che gli è servita a sostenere entrambe.
Sul piano politico, la pressione iraniana ha funzionato entro limiti precisi. Ha logorato Trump, senza costringerlo a revocare l’embargo navale sui porti iraniani, a ritirare le forze o a escludere ulteriori attacchi; gli Stati Uniti, dal mese di aprile, cercano di disescalare e di arrivare a una intesa che apra il negoziato sul nucleare, che resta la preoccupazione centrale. Ma anche un accordo non ricomporrebbe il panorama strategico precedente. Il dato che gli analisti e i governi della regione stanno elaborando è che un potere ideologico di fascia media, fortemente mobilitato e disposto a incassare danni ingenti, è estremamente difficile da costringere alla capitolazione mediante la sola potenza aerea. Da ciò deriva la previsione più realistica: Stati Uniti, Israele e Stati arabi si preparano a confrontarsi con il regime iraniano e con il suo asse per un tempo indefinito, senza l’illusione di una vittoria decisiva.
La conseguenza più destabilizzante riguarda però la credibilità dell’ombrello di sicurezza americano. Se Washington lascia in piedi a Teheran un regime vendicativo e non sconfitto, gli Stati del Golfo si trovano di fronte allo scenario peggiore: aver ospitato basi che sono diventate bersagli, aver subito danni diretti a infrastrutture energetiche e non disporre di una garanzia credibile di protezione futura. Il rifiuto di Trump della richiesta saudita di un intervento diretto per fermare l’offensiva terrestre houthi lungo la costa del Mar Rosso ha aggravato il dubbio, e gli stessi funzionari americani, valutando i danni subiti dalle proprie installazioni, iniziano a considerare se la difesa del Golfo non richieda un ritorno a una presenza “oltre l’orizzonte” invece di una presenza avanzata. Su questo punto c’è però un silenzio significativo: né Washington né i governi del Golfo hanno annunciato se intendano ricostruire le basi danneggiate, in tutto o in parte — e la risposta a quella domanda, più di qualsiasi comunicato, dirà se la garanzia americana ha ancora un contenuto materiale. Teheran, dal canto suo, continua a proporre la propria architettura di sicurezza regionale senza potenze esterne, e gli Stati arabi sono probabilmente disposti a discuterne almeno a livello formale, per non restare senza alternative in un momento in cui l’alleato storico appare riluttante.
La realtà, tuttavia, è che nessuno dei due movimenti possibili — verso l’Iran o verso la difesa autonoma — è realmente percorribile nel breve periodo. Le monarchie del Golfo e gli altri Stati arabi moderati non sono disposti a mettere a rischio il rapporto di difesa con gli Stati Uniti, che resta insostituibile in termini di intelligence, interoperabilità, munizionamento e garanzie implicite. La prova più chiara della debolezza delle alternative regionali è il mancato utilizzo dell’accordo “Mecca Defense Agreement” di agosto da parte di Turchia e Pakistan in risposta all’avanzata houthi verso il Bab el-Mandeb: un patto di sicurezza regionale che non viene invocato quando serve dimostra quanto poco possa sostituire una garanzia esterna. Emirati Arabi Uniti e Bahrein, firmatari degli Accordi di Abramo del 2020, collaboreranno probabilmente in modo stretto con Israele, ma altri Stati del Golfo difficilmente seguiranno, e la conseguenza operativa sarà un investimento massiccio in capacità proprie: messa in sicurezza delle infrastrutture energetiche, scorte di difese antimissile e antidrone, anche di provenienza ucraina, cioè tecnologie collaudate contro minacce russe e ora ricercate contro quelle iraniane. Il quadro che emerge a tre anni dal 7 ottobre non è quello di un asse della resistenza distrutto né di un ordine americano riaffermato, ma di un sistema regionale in cui l’Iran ha dimostrato di poter sopravvivere alla guerra, gli Stati Uniti di non poterla vincere, e gli Stati arabi di dover convivere con entrambe le cose pagando la propria sicurezza con risorse proprie.
Fonte: The Soufan Center – The Global Eye è in partnership con SIOI



