Il documento pubblicato nel sesto numero del 2026 di Voennaya Mysl’, la rivista teorica dello Stato Maggiore russo, merita attenzione non tanto per ciò che propone — un «complesso di ingaggio del fuoco» che dissolve i vecchi anelli rigidi di ricognizione-tiro in una rete software-defined dove qualsiasi sensore può indicare il bersaglio a qualsiasi tiratore — quanto per ciò che rivela sul modo in cui Mosca legge la propria guerra. È un testo che ammette, senza ammetterlo, che l’esercito russo sta inseguendo un modello altrui: la cornice concettuale è quella della network-centric warfare occidentale, e i termini di paragone scelti sono esplicitamente due aziende americane, Palantir e Anduril, citate insieme come modello e come minaccia. Nominare l’avversario come termine di riferimento è già un atto di riconoscimento strategico: significa che il ritardo da colmare non è di corazzati o di artiglieria, ma di software, integrazione e automazione decisionale.
La logica del complesso si articola in quattro «contorni» che si sostengono a vicenda: un contorno di ricognizione che convoglia immagini da droni e radar verso un modulo di rete neurale incaricato di classificare, geolocalizzare e distribuire le designazioni; un contorno di comunicazioni e automazione costruito su topologia mesh con relay aerotrasportati e VPN «fidate» che viaggiano su reti militari e civili; un contorno di fuoco che sposa droni d’attacco e munizioni vaganti a tubo, razzo e persino contraerea; e un contorno di navigazione che propone un sistema autonomo integrato, un campo di radiofari locali dispiegabili e recuperabili in due o tre giorni, pensato per sostituire il posizionamento satellitare lungo tutta la linea di contatto quando il GNSS viene disturbato o ingannato. Il tessuto connettivo ha nomi propri — Sprut-S, LIS, Repei, Groza — e la catena di ingaggio canonica è concreta: il drone rileva, il modulo neurale classifica, un messenger cartografico passa il bersaglio, la munizione vagante lo chiude. Il risultato promesso è uno «spazio di battaglia a matrice» in cui zone di copertura e di ingaggio si fondono in un unico ciclo di gestione, accorciando il ciclo detezione-colpo verso il tempo reale e riducendo peso e costo di ogni lancio. Le metriche proposte sono altrettanto rivelatrici: numero di oggetti nemici scoperti e designazioni e correzioni di tiro passate, rapportate alle risorse consumate. È, in sintesi, il tentativo di riscrivere la guerra di droni ucraina dentro la dottrina di Stato Maggiore, e di farlo nel vocabolario di Silicon Valley.
Il punto geostrategicamente decisivo è però un altro, e sta nel confronto con ciò che accade davvero dal settembre 2025 al maggio 2026 lungo il fronte. La stessa catena di ingaggio esiste già, ma è costruita a mano, con pezzi disomogenei, e diverge dal progetto proprio nei punti che la dottrina considera risolti. Il drone FPV a fibra ottica, elemento più letale della catena reale, non è collegabile in rete: non può attraversare i fiumi perché la corrente trascina e spezza il cavo, la sua portata pratica è dell’ordine di quindici chilometri, e per la caccia libera serve un secondo drone da ricognizione che lo indichi. È l’esatto contrario di una mesh ad architettura aperta: è un relay manuale a due droni, condotto a vista e a voce. I relay radio aerotrasportati, pensati per estendere la portata, portano un difetto squalificante: l’operatore non vede l’intensità del segnale di controllo che raggiunge il drone relayato, vede solo la ricezione al relay stesso, quindi un drone che entra in un inviluppo di disturbo è semplicemente perduto senza preavviso. Lo strato che dovrebbe fare da spina dorsale del complesso è, sul campo, lo strato che più facilmente fallisce in silenzio proprio nelle condizioni di guerra elettronica invocate per giustificarlo.
Il contorno di navigazione e connettività non se la cava meglio. La lezione più consequenziale è retrospettiva: dopo la cessazione del servizio Starlink per gli utenti russi, le comunicazioni di prima linea si sono degradate bruscamente, la trasmissione video è diventata particolarmente difficile, e le unità sono ripiegate su catene di ponti radio punto-punto con throughput molto ridotto, mentre i terminali Starlink non erano localizzabili con le apparecchiature di radiolocalizzazione disponibili ai reparti avanzati. L’avversario ha schierato lo strato spaziale resiliente e a bassa probabilità di intercettazione; la Russia no. Sul posizionamento, la pratica di campo non è il campo di radiofari proposto dalla dottrina ma la sua ombra low-tech: ricevitori GPS in sola ricezione per l’orientamento, moduli GPS dissaldati dalle apparecchiature per negare emissioni, router Wi-Fi stesi nelle trincee-galleria al posto della radio. La negazione del GNSS è ormai condizione permanente del fronte e la guerra elettronica ne è la caratteristica dominante: il sistema di navigazione autonomo è una risposta ingegneristica seria, ma nessun campo di quel tipo è stato dispiegato su scala, e le truppe risolvono il problema andando verso l’analogico, non verso l’integrato.
L’obiezione più forte, però, non è tecnica. Per ammissione interna allo stesso documento, l’esercito russo è istituzionalmente incapace di quella fusione esatta che il complesso presuppone: far sì che il tutto superi la somma delle parti. Reggimenti e persino battaglioni separati combattono molte piccole guerre simultaneamente sullo stesso terreno, con interazione limitata tra formazioni adiacenti e con i comandi superiori ridotti in larga misura ad amministrazione. La causa prossima è un sistema di incentivi che tassa l’integrazione: per un comandante, andare oltre i confini del proprio apparato significa coordinamento extra, rendicontazione extra ed esposizione a responsabilità, quindi lo evita. Il rimedio che le truppe hanno escogitato è esso stesso diagnostico: la cooperazione laterale corre su una rete informale di favori reciproci tra unità il cui aiuto potrebbe servire in futuro — integrazione acquistata privatamente, soldato a soldato, proprio perché l’istituzione non la fornisce. A questa si aggiunge una patologia più corrosiva, esplicitamente paragonata alle metriche McNamara del Vietnam e alle distorsioni dei conteggi nell’Afghanistan della controinsorgenza: un «lavorare per il rapporto» che trasforma gli output misurabili nell’oggetto anziché nel mezzo, con casi concreti — un comandante di batteria di mortai che riferisce fuoco mai erogato, un carro armato inesistente inventato per soddisfare la catena di rendicontazione. Una kill web vale quanto i dati che la attraversano: una cultura che fabbrica detezioni e valutazioni di danno avvelena insieme il modulo neurale e il messenger cartografico, e nessuna mesh corregge un contorno di sensori che mente. Anche dove le parti umane sono oneste, si sfilacciano: i gruppi d’assalto provano e riprovano una sequenza pianificata nei poligoni e raggiungono la coordinazione lì, per vederla crollare sull’obiettivo reale per stress e fatica accumulati, giudicati rimediabili solo con rotazioni fuori linea almeno settimanali, contro una cadenza reale di pochi giorni al mese. La fusione fluida e in tempo reale che il complesso presuppone viene chiesta a uomini che non riescono a riprodurre affidabilmente un’esercitazione mentre sono cacciati.
Da qui discendono alcune conseguenze che contano per chi pianifica a Kyiv e nelle capitali alleate. La prima è di metodo: il complesso va trattato come una dichiarazione di aspirazione e una candidà valutazione della minaccia, non come prova di capacità schierata. La realtà ad alta confidenza di breve periodo resta la catena di ingaggio improvvisata, vulnerabile alla guerra elettronica e fermabile da un fiume, che opera oggi al margine tattico. La seconda riguarda gli indicatori da monitorare, che sono organizzativi e osservabili: diffusione reale dei sistemi di supporto decisionale nominati sotto il livello di brigata, comparsa di campi di navigazione locale lungo la linea di contatto e — la più difficile — un declino misurabile del gioco dei rapporti e della compartimentazione tra unità che oggi definiscono la forza. In assenza di movimento sul terzo punto, i primi due renderanno meno del previsto, e la probabilità che la Russia schieri qualcosa di simile al complesso completo su scala operativa entro dodici-diciotto mesi va valutata come bassa. La terza conseguenza rovescia la prospettiva: l’asimmetria oggi corre nel senso opposto, perché l’architettura a navi-madre relay che cala sciami di FPV nel retro russo e il vantaggio di connettività Starlink sono registrati, nell’autopercezione russa, come capacità del nemico. Il complesso è insomma uno specchio alzato verso un modo ucraino di fare la guerra che lo Stato Maggiore russo ha deciso di dover imitare, e il segnale più utile per Kyiv è quali dei propri vantaggi Mosca abbia individuato come decisivi e intenda copiare.
Su un piano più largo, il testo fotografa un problema che eccede il caso russo. La guerra d’Ucraina ha spostato il baricentro della potenza militare dal ferro al ciclo decisionale, e questa dottrina lo riconosce apertamente: si vince vedendo, capendo e agendo per primi. Ma riconoscere il baricentro non equivale a possederlo, e la distanza tra un’architettura disegnata e un’architettura assemblata non si colma con gli organigrammi. La Russia dispone già di intelligenza artificiale improvvisata: i cannonieri dei carri hanno usato uno strumento di IA per costruire tabelle di tiro estese fino a quindici chilometri, e filmati nemici captati con designazione laser e marcatura di bersagli a contorni colorati hanno lasciato gli osservatori incerti se stessero vedendo un laser fisico o una sovrapposizione virtuale generata da automazione. I componenti arrivano dal basso; manca il tessuto connettivo. E la stessa armata che non riesce a far condividere una missione di fuoco a battaglioni adiacenti difficilmente sarà redenta da una VPN «fidata». Il che suggerisce una lettura più generale: nelle guerre di attrito contemporanee la tecnologia abilitante è ormai una commodity reperibile, mentre l’integrazione è un fatto culturale e istituzionale, molto più lento da acquisire di un software, e per questo la variabile decisiva nei prossimi anni non sarà chi possiede il miglior algoritmo, ma chi possiede l’organizzazione capace di usarlo senza mentire sui risultati.
Fonte: Hlib Parfonov/The Jamestown Foundation – The Global Eye è in partnership con SIOI



