Bosnia ed Erzegovina: la geostrategia di un voto che non decide, ma orienta

Quando domenica 4 ottobre la Bosnia ed Erzegovina andrà alle urne per la decima elezione generale dalla fine della guerra del 1995, non si tratterà di un passaggio destinato a sciogliere i nodi del Paese. Il voto si svolge dentro la cornice costituzionale disegnata a Dayton, quella stessa architettura che ha garantito la pace di fronte a una tregua impossibile a spezzare le divisioni etniche, e che oggi è la principale fonte di stallo. Le analisi elaborate a ridosso del voto convergono su una lettura prudente: da questa tornata non uscirà né una via netta verso l’adesione all’Unione europea, né un percorso credibile verso la NATO, né un allineamento transatlantico più stabile. Eppure il voto conta, perché la sua funzione reale non è decidere la direzione del Paese, ma stabilire chi avrà in mano gli strumenti per orientarla nei prossimi quattro anni. È una distinzione che vale la pena tenere ferma, perché separa quello che nel discorso pubblico bosniaco viene continuamente confuso.

Gli elettori sono chiamati a scegliere i rappresentanti della presidenza di Stato, del parlamento statale, delle due assemblee delle entità e di dieci assemblee cantonali: oltre cinquecento cariche su un corpo elettorale di circa 3,4 milioni di iscritti. Il passaggio decisivo non è però la somma dei seggi, quanto la composizione della presidenza tripartita. È quell’organo, con la sua nomina del presidente del Consiglio dei ministri, a fissare il tono della legislatura e a determinare l’effettiva collocazione internazionale del Paese. La presidenza funziona come un termometro geopolitico: riflette gli equilibri interni alle tre comunità e, nello stesso tempo, li cristallizza per quattro anni, consegnando a ciascun blocco un potere di veto sostanziale sulle scelte di politica estera.

Sotto la superficie elettorale restano due questioni strutturali. La prima riguarda il futuro dell’Ufficio dell’Alto Rappresentante, la cui permanenza è contestata da più parti e attorno alla quale si è consumata una frattura transatlantica: il meccanismo di tutela internazionale introdotto da Dayton è sopravvissuto trent’anni, ma ha perso la legittimità politica che lo sosteneva, e la sua possibile chiusura apre scenari che nessuno dei blocchi è in grado di controllare. La seconda è il ritorno di richieste di ulteriore partizione lungo linee etniche bosgnacche, serbe e croate: una prospettiva che, sebbene minoritaria, rivela quanto la logica consociativa di Dayton sia stata interiorizzata come orizzonte e non come problema. A queste si aggiunge una contraddizione giuridica mai risolta: ampie porzioni del sistema elettorale e politico restano in violazione delle sentenze dei tribunali nazionali e della Corte europea dei diritti dell’uomo, che ha giudicato discriminatori elementi centrali dell’assetto costituzionale. Il Paese chiede di entrare in Europa mentre mantiene in vigore norme che l’Europa considera illegittime, e questa incoerenza non è un dettaglio tecnico: è la misura della distanza tra i requisiti di adesione e la politica interna.

Il quadro dell’esecutivo nazionale ruota attorno a tre forze: il partito nazionalista serbo SNSD, il partito nazionalista croato HDZ BiH e l’alleanza a guida bosgnacca Troika. Il Partito d’Azione Democratica, blocco conservatore bosgnacco e primo partito in parlamento, è fuori dal governo dal 2022, e il suo reinserimento o la sua permanenza all’opposizione misureranno la tenuta della coalizione uscente. Alla presidenza cercano la riconferma Denis Bećirović e Željka Cvijanović, mentre il croato uscente Željko Komšić non è rieleggibile: il suo partito ha indicato Slaven Kovačević e l’HDZ BiH ha candidato Darijana Filipović, con una terza candidatura croata non competitiva per la guida. Nella Federazione il governo è espressione dell’alleanza tra Troika e HDZ BiH dal 2022, sorretta da formazioni minori a prevalenza bosgnacca; i risultati nei cantoni di Sarajevo e Tuzla saranno decisivi per la sua composizione futura, mentre un’intesa di principio tra SDA e SDP per una grande coalizione resta condizionata dal peso di NiP, NS, DF e SBiH. Va tenuto presente un vincolo tecnico che pesa più delle intenzioni: per effetto delle modifiche alla legge elettorale varate nel 2022 dall’Alto Rappresentante Christian Schmidt, un governo senza HDZ BiH appare altamente improbabile, data la forza del partito nella Camera dei Popoli dell’entità. È un esempio di come gli interventi internazionali, concepiti per garantire rappresentanza, finiscano per congelare la rendita di posizione dei partiti etnonazionali.

Se l’opposizione nella Republika Srpska ottenesse risultati solidi, la politica bosniaca potrebbe moderarsi: si ridurrebbe il peso istituzionale dell’SNSD, formazione apertamente allineata a Mosca e a Pechino, e si aprirebbe la strada a un dialogo sostanziale tra Sarajevo e Banja Luka, condizione minima per restituire funzionalità a un governo oggi paralizzato. Se invece l’SNSD andasse bene, crescerebbero i rischi di crisi politica: la sua dirigenza ha manifestato l’intenzione di cercare sostegno statunitense per una ristrutturazione profonda dell’ordine politico del Paese, fino all’indipendenza della Republika Srpska e alla chiusura immediata dell’Ufficio dell’Alto Rappresentante. È una dinamica che rovescia la lettura convenzionale: la sfida alla cornice di Dayton non arriva da un vuoto di autorità internazionale, ma dalla capacità di un attore interno di negoziare direttamente con Washington un ridisegno dell’assetto, saltando Bruxelles e le istituzioni comuni.

Per Roma e per Bruxelles la posta è meno astratta di quanto sembri. La Bosnia è il punto in cui la competizione tra Russia, Cina, Turchia e Golfo si innesta su un vuoto istituzionale europeo, con una presenza diplomatica statunitense che nelle fasi di stallo resta insostituibile e un’Unione europea che ha gli strumenti economici ma non la capacità politica di imporli. La prospettiva europea resta condizionata da veti interni che nessun blocco può superare da solo; la prospettiva atlantica dipende dalla ricomposizione di un esecutivo funzionante; e la tenuta della cornice di Dayton, con o senza Alto Rappresentante, è la variabile che lega insieme stabilità istituzionale e sovranità contesa. Per l’Italia, Paese con una prossimità geografica e interessi diretti nei Balcani occidentali, il rischio concreto non è l’adesione mancata ma la deriva: uno spazio in cui i conflitti politici interni vengono esternalizzati, diventando terreno di competizione tra potenze esterne, in un’area a poche centinaia di chilometri dai propri confini.

Il 4 ottobre, in sintesi, non deciderà dove va la Bosnia ed Erzegovina. Deciderà chi avrà la capacità di muoverla, e in quale direzione.

Fonte: The Atlantic Council – The Global Eye è in partnership con SIOI

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