Il ritiro delle forze statunitensi dall’Iraq, previsto per il 30 settembre, rappresenta un passaggio politico più rilevante della sua dimensione strettamente militare. Baghdad intende presentarlo come il completamento della sovranità nazionale e come l’avvio di una relazione con Washington meno dipendente dalla cooperazione antiterrorismo. La conclusione della missione occidentale non equivale tuttavia alla fine dell’influenza americana: essa dovrebbe assumere forme più indirette, fondate su diplomazia, intelligence, assistenza selettiva, investimenti e coordinamento sulle crisi regionali.
Il vero banco di prova sarà interno. Per anni, la presenza militare statunitense ha fornito alle milizie sciite filoiraniane una giustificazione politica e operativa per conservare armi, strutture di comando e autonomia d’azione. Con il ritiro, questa legittimazione si indebolisce. Il governo iracheno potrà quindi sostenere che la difesa del Paese deve tornare integralmente sotto il monopolio dello Stato. La partenza americana elimina però anche un importante fattore di deterrenza, aumentando il rischio che le formazioni armate cerchino di consolidare le proprie posizioni prima che Baghdad riesca a limitarne il potere.
L’esecutivo sembra aver adottato una linea graduale, sostituendo l’obiettivo del disarmo integrale con quello dell’assorbimento individuale dei combattenti negli apparati ufficiali. Questa scelta riflette un compromesso tra sovranità formale e realismo politico. Uno scontro frontale con le milizie potrebbe provocare una crisi istituzionale, violenze settarie o la frammentazione delle forze di sicurezza. L’integrazione progressiva riduce tali rischi, ma può trasformarsi in una semplice regolarizzazione dei gruppi armati se non comporta lo scioglimento delle catene di comando parallele, la subordinazione degli arsenali e la cessazione dei rapporti operativi autonomi con Teheran.
La questione centrale non è dunque quanti miliziani entreranno nelle strutture statali, ma chi controllerà realmente l’uso della forza. Se le fazioni conserveranno leadership, finanziamenti e capacità decisionali proprie, l’Iraq resterà uno Stato a sovranità condivisa. Se Baghdad riuscirà invece a integrare gli individui disarticolando le organizzazioni, il ritiro americano potrà diventare il catalizzatore di un rafforzamento istituzionale. Il processo richiederà controllo delle nomine, disciplina di bilancio, unificazione delle strutture operative e meccanismi credibili di responsabilità politica e giudiziaria.
Sul piano regionale, l’Iraq tenta di riequilibrare la propria collocazione. Il rafforzamento dei rapporti con il mondo arabo non implica necessariamente una rottura con l’Iran, legato al paese da geografia, commercio, religione e reti politiche profonde. Baghdad mira piuttosto a ridurre la dipendenza strategica da Teheran e a trasformarsi da terreno di competizione tra potenze a soggetto capace di dialogare con entrambe. La normalizzazione con le monarchie del Golfo e la prosecuzione del partenariato con gli Stati Uniti possono ampliare i margini di autonomia, purché non siano percepite come l’ingresso dell’Iraq in un blocco anti-iraniano.
Per Washington, il ritiro riduce l’esposizione diretta senza eliminare gli interessi essenziali: impedire una ricostituzione dello Stato Islamico, limitare l’espansione iraniana, proteggere i flussi energetici e preservare la stabilità del Golfo. La futura relazione bilaterale sarà quindi più politica ed economica, ma anche più condizionata dalla capacità irachena di garantire sicurezza e prevedibilità. Un arretramento statunitense non accompagnato da strumenti diplomatici, economici e informativi adeguati lascerebbe spazi che Iran, Cina, Russia e attori armati locali potrebbero occupare.
Teheran dovrà scegliere fra due strategie. Potrà accettare una graduale istituzionalizzazione delle forze alleate, mantenendo influenza attraverso partiti, commercio e relazioni religiose, oppure incoraggiare la resistenza delle milizie alla centralizzazione. La prima opzione conserverebbe una presenza iraniana significativa, ma meno visibile e conflittuale; la seconda rischierebbe di alimentare una reazione nazionalista irachena, anche all’interno delle comunità sciite. L’emergere di un’identità statale più assertiva rende infatti sempre meno automatica l’equazione tra appartenenza confessionale e allineamento geopolitico.
Nel breve periodo, lo scenario più probabile è una transizione incompleta: riduzione della presenza americana, cooperazione residua in forme meno appariscenti e integrazione selettiva delle milizie, accompagnata da negoziati sulle armi pesanti e sulle strutture di comando. Il rischio principale è che questa ambiguità produca una sovranità soltanto nominale, con le fazioni armate formalmente inserite nello Stato ma ancora capaci di condizionarne la politica estera. Un secondo rischio è il riemergere della minaccia jihadista nelle aree dove le istituzioni rimangono deboli, eventualità che potrebbe costringere Baghdad a richiedere nuovamente sostegno esterno.
Il successo della strategia irachena dipenderà infine dalla capacità di convertire il ritiro in un nuovo patto istituzionale. La partenza delle truppe straniere è una condizione della sovranità, non la sua prova definitiva. Quest’ultima consisterà nella possibilità, per il governo, di controllare tutte le armi, impedire decisioni militari autonome, mantenere relazioni equilibrate con Washington e Teheran e inserire l’Iraq nel sistema arabo senza trasformarlo in un avamposto contro l’Iran. Se questi obiettivi saranno raggiunti, il ritiro segnerà l’inizio di una fase di consolidamento statale; in caso contrario, avrà soltanto rimosso il più visibile dei vincoli esterni, lasciando intatti quelli interni.
Fonte: The Soufan Center – The Global Eye è in partnership con SIOI



