La rete iraniana tra logoramento, autonomia e ricostruzione

A quasi tre anni dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, l’Asse della Resistenza non costituisce più il sistema relativamente coerente con cui l’Iran cercava di circondare Israele, contenere la presenza statunitense e proiettare potenza senza esporsi direttamente. La successione di guerre regionali, operazioni israeliane e statunitensi, perdite nella catena di comando e trasformazioni politiche nei teatri locali ha indebolito diversi nodi della rete. Non ne ha tuttavia determinato la dissoluzione. Il risultato è un sistema più diseguale e decentralizzato, nel quale alcune componenti sono in fase di ricostruzione mentre altre conservano capacità militari robuste e perseguono obiettivi propri.

Il cambiamento più importante riguarda il rapporto tra centro e periferia. L’Asse non è mai stato un blocco sottoposto a un comando iraniano uniforme, ma la crescente autonomia dei suoi membri rende oggi ancora meno adeguata l’immagine di una catena gerarchica. Teheran continua a offrire armi, addestramento, tecnologia, finanziamenti e indirizzo strategico; le organizzazioni alleate, però, decidono in base alla propria esposizione militare, alla posizione nei rispettivi sistemi politici e agli interessi locali. L’Iran dispone quindi di una rete di partner più che di un apparato direttamente controllabile.

Hezbollah rappresenta il caso più evidente di logoramento strategico. Le operazioni israeliane hanno intaccato dirigenti, arsenali e infrastrutture, riducendo almeno temporaneamente la capacità del movimento di esercitare la funzione deterrente assegnatagli nella pianificazione iraniana. A questa pressione militare si aggiunge la vulnerabilità politica interna: la ricostituzione delle capacità di Hezbollah deve confrontarsi con le istituzioni libanesi, con gli avversari nazionali del movimento e con una società che sostiene costi economici e materiali elevati. Ciò non equivale alla sua neutralizzazione. L’organizzazione conserva esperienza, radicamento e reti logistiche sufficienti a rendere plausibile una ricostruzione graduale, soprattutto se Teheran riuscirà a ripristinare canali affidabili di rifornimento.

A Gaza, Hamas e gli altri gruppi armati palestinesi hanno subito perdite profonde, ma la loro sopravvivenza dimostra i limiti di una strategia fondata prevalentemente sulla superiorità militare. La distruzione delle capacità convenzionali e delle strutture di comando non elimina necessariamente la possibilità di rigenerazione clandestina. Finché resteranno irrisolte la governance della Striscia, la questione palestinese e le condizioni che alimentano il reclutamento, l’Iran potrà tentare di ristabilire legami operativi e trasferire risorse, anche se con modalità meno visibili e probabilmente meno centralizzate.

Le milizie sciite irachene occupano una posizione diversa. La loro forza deriva non soltanto dall’appoggio iraniano, ma anche dall’integrazione nel sistema politico, economico e di sicurezza dell’Iraq. Questa duplice natura consente loro di sopravvivere alla pressione esterna meglio di organizzazioni dipendenti esclusivamente dalla clandestinità. Al tempo stesso, interessi economici, competizione interna e calcoli elettorali possono indurle a evitare un confronto permanente con Washington o Israele. Per Teheran esse restano uno strumento essenziale di influenza e una profondità strategica, ma non una riserva militare mobilitabile automaticamente.

Gli Houthi costituiscono il segmento più resiliente e offensivamente dinamico della rete. Il controllo territoriale nello Yemen, la disponibilità di missili e droni e la capacità di minacciare il traffico nel Mar Rosso attribuiscono al movimento una leva che oltrepassa il conflitto yemenita. La sua relativa distanza geografica da Israele e l’esperienza maturata in anni di guerra ne accrescono la resistenza alla coercizione. Proprio questa solidità ne rafforza però l’autonomia: gli Houthi possono coordinarsi con Teheran senza subordinare completamente le proprie scelte agli interessi iraniani. La pressione sulle rotte marittime mostra inoltre come un attore locale possa produrre effetti globali sui commerci, sulle assicurazioni e sul dispiegamento navale occidentale.

La perdita o l’indebolimento di corridoi attraverso la Siria costituisce un problema trasversale. Per anni il territorio siriano ha collegato l’Iran all’Iraq, al Libano e al Mediterraneo, facilitando trasferimenti di armamenti e personale. Una minore libertà d’azione iraniana in questo spazio rende più costosa la ricostruzione di Hezbollah e obbliga Teheran a ricorrere a itinerari alternativi, reti clandestine e produzione locale di sistemi d’arma. La battaglia logistica diventa così importante quanto quella combattuta apertamente: interdizione israeliana e adattamento iraniano continueranno ad alimentarsi reciprocamente.

La probabile risposta di Teheran non sarà l’abbandono dell’Asse, bensì la sua ricostruzione selettiva. Il consolidamento delle componenti più dure del Corpo delle Guardie della Rivoluzione rende politicamente difficile rinunciare a uno strumento che ha garantito per decenni profondità difensiva e capacità di pressione. L’Iran cercherà verosimilmente di disperdere arsenali e comandi, aumentare la produzione locale presso i partner, migliorare l’impiego di droni e missili, ridurre la vulnerabilità delle comunicazioni e delegare maggiormente le decisioni tattiche. La rete ricostituita potrebbe risultare meno appariscente, ma più ridondante e difficile da disarticolare con campagne di attacchi mirati.

L’Asse appare oggi più debole come coalizione, ma potenzialmente più imprevedibile come ecosistema armato. Il deterioramento del coordinamento limita la capacità iraniana di orchestrare una pressione simultanea su più fronti; l’autonomia dei singoli membri, però, aumenta il rischio che un attacco locale produca un’escalation non desiderata dagli altri attori. L’assenza di un comando pienamente centralizzato rende inoltre più difficile attribuire responsabilità, comunicare soglie deterrenti e negoziare una de-escalation complessiva.

Per Israele e Stati Uniti, la superiorità militare può degradare arsenali e leadership, ma non risolve le basi politiche e territoriali che permettono alla rete di rigenerarsi. Una pressione indiscriminata rischia anzi di rafforzare la narrativa iraniana dell’accerchiamento e di offrire ai gruppi armati nuove opportunità di reclutamento. Una strategia più efficace dovrebbe combinare interdizione dei trasferimenti più destabilizzanti, rafforzamento delle istituzioni statali nei Paesi interessati e incentivi capaci di separare gli attori locali da Teheran.

Nel medio periodo, lo scenario più probabile non è dunque né il ritorno all’Asse precedente al 2023 né il suo collasso. Emergerà piuttosto una costellazione post-Asse: meno coesa, più adattiva e caratterizzata da capacità molto differenti tra un teatro e l’altro. Teheran conserverà influenza, ma dovrà negoziarla maggiormente con partner dotati di agende autonome. La stabilità regionale dipenderà dalla capacità degli avversari dell’Iran di sfruttare questa frammentazione senza trasformarla in una sequenza incontrollata di guerre locali con effetti strategici globali.

Fonte: The Soufan Center – What is the Status of Iran’s ‘Axis of Resistance’?

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