La riflessione di Wa’el Alzayat per Atlantic Council interpreta il nuovo corso della politica statunitense verso la Siria come la tardiva correzione di un errore strategico durato oltre un decennio. Washington aveva trattato come obiettivi separati la sconfitta dello Stato islamico e la gestione del regime di Bashar al-Assad. In realtà, i due problemi erano connessi: la repressione del regime, la distruzione delle istituzioni e l’abbandono di ampie aree del Paese avevano alimentato radicalizzazione, sfollamenti e frammentazione territoriale. Gli Stati Uniti conseguirono quindi un successo militare contro il jihadismo, ma non costruirono una soluzione politica capace di consolidarlo.
L’errore centrale non fu semplicemente il mancato intervento, bensì la disarticolazione degli strumenti di potenza. Diplomazia, assistenza all’opposizione, pressione economica e operazioni antiterrorismo seguirono logiche differenti e talvolta contraddittorie. La priorità assoluta attribuita alla lotta contro lo Stato islamico ridusse la Siria a un teatro operativo, mentre la questione dell’ordine politico venne rinviata. Ne risultò una strategia efficace sul piano tattico ma insufficiente su quello sistemico: il califfato territoriale fu eliminato, senza rimuovere le condizioni politiche e sociali che ne avevano favorito l’espansione.
Questa impostazione produsse un vuoto che altri attori seppero sfruttare. La Russia trasformò il salvataggio di Assad in una dimostrazione della propria affidabilità come protettore dei regimi alleati. L’Iran consolidò una rete di milizie, corridoi logistici e posizioni avanzate nel Levante. La Turchia intervenne per impedire la formazione di un’entità curda autonoma lungo il proprio confine e per acquisire influenza diretta sulla configurazione della Siria settentrionale. Israele privilegiò il contenimento militare dell’Iran, senza assumersi la responsabilità della ricostruzione dell’ordine siriano. La Siria divenne così il punto di intersezione di più competizioni regionali, mentre gli Stati Uniti mantenevano una presenza circoscritta e priva di un disegno politico complessivo.
La conseguenza geostrategica più rilevante fu la separazione tra potenza militare e capacità di ordinamento. Washington poteva colpire obiettivi, sostenere partner locali e imporre sanzioni, ma non riusciva a tradurre tali strumenti in un equilibrio sostenibile. Anche il rapporto con le Forze democratiche siriane rifletteva questa contraddizione: esse erano indispensabili nella guerra contro lo Stato islamico, ma il loro futuro politico rimaneva incerto e costituiva una fonte permanente di tensione con la Turchia, alleato formale degli Stati Uniti nella NATO.
Il momento giudicato positivamente da Alzayat consiste nel passaggio verso una politica più coerente nei confronti della nuova leadership siriana. Il riconoscimento che la stabilizzazione del Paese può coincidere con interessi americani fondamentali – contenimento dei gruppi armati, riduzione dell’influenza iraniana, sicurezza regionale e ritorno dell’attività economica – segna il recupero della dimensione politica. In questa prospettiva, l’attenuazione delle sanzioni e il sostegno alla reintegrazione internazionale della Siria non rappresentano concessioni gratuite, ma strumenti per orientare la transizione e impedire che il vuoto venga nuovamente occupato da potenze rivali o organizzazioni estremiste.
La revisione delle sanzioni assume particolare importanza. Misure concepite per isolare Assad possono diventare controproducenti dopo il mutamento del quadro politico, perché ostacolano investimenti, ricostruzione e ripresa dei servizi essenziali. Se mantenute senza adattamento, rischiano di indebolire le nuove autorità, alimentare economie clandestine e rendere la popolazione più dipendente da reti criminali o da sponsor esterni. La leva economica conserva efficacia solo se collegata a obiettivi verificabili, quali inclusione politica, tutela delle minoranze, contenimento delle milizie e costruzione di istituzioni nazionali credibili.
Il nuovo orientamento offre agli Stati Uniti l’occasione di ridurre simultaneamente più vulnerabilità. Una Siria relativamente stabile limiterebbe lo spazio operativo del jihadismo, renderebbe più difficile la ricostituzione della profondità strategica iraniana, attenuerebbe le pressioni migratorie verso l’Europa e potrebbe favorire un’intesa tra Damasco, attori curdi e Turchia. Consentirebbe inoltre a Washington di recuperare influenza con un impegno inferiore rispetto a quello richiesto da un intervento militare diretto.
Il successo, tuttavia, non è garantito. La nuova leadership deve trasformare l’autorità acquisita sul terreno in legittimità istituzionale, integrare gruppi armati eterogenei e rassicurare comunità che temono esclusione o vendetta. Una centralizzazione troppo rapida potrebbe provocare nuove ribellioni; una decentralizzazione non regolata potrebbe cristallizzare la frammentazione. Gli Stati Uniti dovrebbero pertanto subordinare il proprio sostegno non a un modello politico imposto dall’esterno, ma a una sequenza realistica di consolidamento istituzionale, inclusione e progressiva smilitarizzazione.
La componente “amara” del momento deriva dalla consapevolezza che questa convergenza tra antiterrorismo, diplomazia ed economia avrebbe potuto essere perseguita prima. Una strategia americana più coerente avrebbe forse contenuto l’espansione jihadista, limitato l’intervento russo e iraniano e ridotto il costo umano del conflitto. È una tesi controfattuale, ma indica una lezione più generale: evitare un coinvolgimento politico non significa evitare le conseguenze geopolitiche di una crisi. Spesso significa lasciare che siano altri a determinarne l’esito.
La Siria rappresenta quindi un banco di prova per la capacità statunitense di tornare a fare strategia. Non basta neutralizzare una minaccia immediata; occorre contribuire alla formazione dell’ordine che ne impedisca il ritorno. La correzione di Washington è tardiva, ma può ancora produrre risultati se combina incentivi economici, condizionalità politica, garanzie di sicurezza e coordinamento con Turchia, Paesi arabi, Europa e Israele. Il vero obiettivo non dovrebbe essere trasformare la Siria in un alleato, bensì evitare che torni a essere uno spazio conteso, ingovernato e disponibile alla penetrazione dei rivali.
Fonte: Atlantic Council – The Syria policy the US got wrong—and the bittersweet moment Washington finally got right
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