La nuova offensiva degli Houthi lungo la costa yemenita del Mar Rosso e la ripresa degli attacchi contro le infrastrutture saudite rappresentano per Riyadh qualcosa di più di un deterioramento militare sul fronte meridionale. La crisi mette in discussione l’intera strategia con cui l’Arabia Saudita ha cercato negli ultimi anni di compensare la progressiva erosione dell’ombrello statunitense: distensione con l’Iran, diversificazione delle partnership, costruzione di alleanze tra potenze sunnite e incremento dell’autonomia nazionale. Il fatto che nessuno di questi strumenti abbia prodotto un sostegno militare diretto rivela la distanza tra cooperazione diplomatica e garanzie effettive di sicurezza.
La scelta americana di limitare l’assistenza all’intelligence, alla pianificazione e al supporto operativo, evitando un intervento diretto contro gli Houthi, segnala che Washington continua a considerare strategica la stabilità saudita, ma non è più disposta a trasformare automaticamente questa centralità in un impegno bellico. La priorità statunitense è contenere l’espansione della guerra con l’Iran e preservare le proprie risorse, anche a costo di lasciare Riyadh esposta a pressioni che un tempo avrebbero probabilmente provocato una risposta più robusta. Per la leadership saudita, la distinzione tra assistenza e protezione è ormai evidente: gli Stati Uniti rimangono un partner indispensabile, ma non costituiscono più una garanzia incondizionata.
Anche il tentativo di costruire un’alternativa attraverso Turchia e Pakistan mostra limiti strutturali. Ankara e Islamabad possono offrire addestramento, cooperazione industriale, coordinamento politico e forse capacità difensive circoscritte, ma non sembrano disposte ad affrontare direttamente una forza legata a Teheran. Le nuove intese saudite hanno quindi valore come strumenti di diversificazione e deterrenza di lungo periodo, non come alleanze automatiche comparabili a un sistema di difesa collettiva. La loro ambiguità consente ai partner di beneficiare dei rapporti con Riyadh senza assumere i rischi di una guerra regionale.
La posizione degli altri Stati arabi conferma la frammentazione del Golfo. Gli Emirati Arabi Uniti condividono con l’Arabia Saudita l’interesse a contenere gli Houthi, ma perseguono in Yemen obiettivi propri e mantengono reti locali distinte. L’integrazione di formazioni vicine ad Abu Dhabi, come le Brigate dei Giganti, in una struttura sostenuta da Riyadh offre capacità tattiche utili, senza però risolvere le divergenze sul futuro assetto politico del paese. L’assenza di una coalizione regionale coesa riduce le possibilità di trasformare eventuali successi militari in un ordine stabile.
Il vantaggio strategico degli Houthi deriva dalla combinazione di territorio, strumenti asimmetrici e leva economica. Il controllo di porti e posizioni lungo il Mar Rosso amplia la loro profondità operativa, mentre missili e droni permettono di colpire infrastrutture energetiche saudite a costi relativamente bassi. La temporanea interruzione dell’oleodotto Est-Ovest dimostra che anche un danno limitato può produrre effetti politici sproporzionati, mettendo in discussione l’affidabilità dell’Arabia Saudita come esportatore e la sicurezza delle rotte alternative allo Stretto di Hormuz. Gli Houthi possono così esercitare pressione su Riyadh senza dover ottenere una vittoria convenzionale decisiva.
Una ulteriore avanzata verso Aden, Marib o Taiz modificherebbe profondamente l’equilibrio della penisola arabica. Il consolidamento di un’entità houthi ampia, dotata di accesso stabile al mare e legata militarmente all’Iran, creerebbe una pressione permanente sul confine saudita e sulle vie marittime tra Oceano Indiano, Bab el-Mandeb e Canale di Suez. Teheran otterrebbe così una capacità di influenza indiretta su due strozzature fondamentali del commercio energetico mondiale, Hormuz e Bab el-Mandeb, senza essere costretta a esercitare un controllo formale sui propri alleati.
L’azione militare saudita può rallentare l’offensiva e difendere i nodi più sensibili, ma difficilmente eliminerà la minaccia. Le carenze negli intercettori e il consumo regionale di munizioni riducono la sostenibilità di una campagna prolungata, mentre i bombardamenti contro Sana’a rischiano di rafforzare la narrativa houthi della resistenza all’aggressione esterna. La superiorità aerea saudita non si traduce automaticamente in controllo territoriale, soprattutto in un teatro frammentato e favorevole alla guerra irregolare.
Per Mohammed bin Salman, la crisi investe direttamente il progetto di trasformazione nazionale. Vision 2030 dipende dalla percezione dell’Arabia Saudita come spazio sicuro per capitali, infrastrutture e grandi progetti. Attacchi ripetuti contro oleodotti, aeroporti, impianti energetici o centri urbani possono aumentare i costi assicurativi, indebolire la fiducia degli investitori e obbligare il Regno a spostare risorse dalla diversificazione economica alla difesa. La sicurezza del confine meridionale non è quindi un dossier periferico, ma una condizione essenziale della strategia di modernizzazione.
Riyadh appare destinata a combinare pressione militare e ricerca di un accordo. Gli Houthi, consapevoli del proprio vantaggio, potranno chiedere una quota maggiore delle entrate petrolifere yemenite, la fine delle restrizioni su porti e spazio aereo e un riconoscimento politico sostanziale. Per l’Arabia Saudita, accettare queste condizioni significherebbe ridurre il rischio immediato ma anche legittimare una forza armata ostile ai propri confini. Rifiutarle comporterebbe invece una guerra lunga, costosa e priva di una coalizione esterna affidabile.
La conseguenza geostrategica più ampia è la transizione verso un Medio Oriente nel quale le grandi potenze forniscono sostegno selettivo, mentre gli attori regionali devono assorbire direttamente i rischi. L’Arabia Saudita non sta semplicemente affrontando gli Houthi da sola: sta sperimentando i limiti di un sistema di sicurezza post-americano ancora privo di istituzioni, comandi integrati e obblighi credibili. La crisi potrebbe accelerare gli investimenti sauditi nella difesa aerea, nella produzione nazionale di armamenti e nelle capacità autonome di intelligence e attacco. Nel breve periodo, tuttavia, questa autonomia rimane incompleta, lasciando a Riyadh una scelta sfavorevole tra escalation senza garanzie e compromesso da una posizione di debolezza.
Fonte: The Soufan Center – Saudi Arabia Is Left to Face the Houthis Alone
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