Myanmar, il ritorno delle milizie come strategia di sopravvivenza della giunta

Nel Myanmar precipitato nella guerra civile dopo il colpo di Stato del 2021, il ritorno delle milizie Pyusawhti segnala una trasformazione profonda della strategia adottata dalle forze armate. Il Tatmadaw, sottoposto alla pressione simultanea delle Forze di difesa popolare e delle organizzazioni armate etniche, non dispone più degli uomini e del controllo territoriale necessari per presidiare in modo capillare il Paese. La mobilitazione di formazioni ausiliarie locali risponde quindi a una esigenza immediata: compensare la carenza di personale e trasferire parte della repressione a soggetti radicati nelle comunità rurali.

Le Pyusawhti non rappresentano una semplice riserva militare. Operano come sentinelle, informatori, reclutatori e gruppi di vigilanza al servizio della giunta, soprattutto nelle regioni centrali di Sagaing, Magway e Mandalay, abitate in maggioranza dalla popolazione bamar. È proprio qui che il regime ha subito uno dei rovesci politici più significativi: una parte consistente del gruppo etnico tradizionalmente associato allo Stato e alle forze armate è passata all’opposizione. Il ricorso alle milizie rivela dunque quanto la crisi abbia eroso anche la base sociale storica del potere militare.

La loro funzione si inserisce nella dottrina dei “quattro tagli”, concepita per privare le insurrezioni di cibo, fondi, informazioni e reclute. Incendi di villaggi, saccheggi, estorsioni, coscrizione forzata, posti di blocco e uccisioni mirate non costituiscono soltanto episodi di violenza incontrollata: servono a rendere proibitivo qualsiasi sostegno alla resistenza. La popolazione civile diventa così il terreno sul quale viene combattuta una guerra di intelligence e di logoramento psicologico.

Affidare la coercizione a formazioni locali offre alla giunta diversi vantaggi. Le milizie conoscono gli abitanti, le reti familiari, i percorsi logistici e le simpatie politiche dei villaggi; possono quindi individuare collaboratori e simpatizzanti della resistenza con una efficacia difficilmente raggiungibile da reparti regolari provenienti da altre aree. Al tempo stesso consentono al Tatmadaw di concentrare artiglieria, aviazione e unità meglio addestrate sui fronti considerati decisivi.

Questa scelta presenta tuttavia costi strategici elevati. La proliferazione di attori armati scarsamente disciplinati frammenta ulteriormente l’autorità statale e alimenta faide, vendette e conflitti locali. La coercizione può produrre obbedienza nel breve periodo, ma tende anche a spingere nuovi settori della popolazione verso la resistenza. Ogni villaggio incendiato accresce il numero degli sfollati, distrugge economie agricole già fragili e approfondisce la distanza tra il centro militare e la società rurale.

Un elemento particolarmente rilevante è il coinvolgimento di ambienti buddhisti ultranazionalisti. Alcuni monaci militanti contribuiscono al reclutamento e alla legittimazione ideologica delle Pyusawhti, presentando la difesa della giunta come una battaglia per la religione e l’identità nazionale. La sovrapposizione tra militarizzazione, nazionalismo religioso e ostilità politica amplia la capacità di mobilitazione del regime, ma rischia di radicalizzare ulteriormente il conflitto e di aggravare le fratture tra comunità.

Sul piano geostrategico, il ritorno delle milizie mostra che il Tatmadaw conserva una notevole capacità di adattamento, ma non necessariamente la forza per ristabilire un controllo uniforme sul Myanmar. Il regime sembra puntare meno alla riconquista amministrativa dell’intero territorio e più alla difesa selettiva di città, vie di comunicazione, nodi logistici e aree economicamente importanti. Le Pyusawhti diventano così uno strumento per mantenere zone cuscinetto e corridoi di sicurezza nel cuore bamar, mentre l’esercito affronta minacce più strutturate nelle periferie etniche.

Per Cina, India e Thailandia, la crescente frammentazione comporta rischi che superano i confini birmani: instabilità delle rotte commerciali, flussi di profughi, traffici illeciti e insicurezza lungo i corridoi infrastrutturali. La moltiplicazione delle milizie rende inoltre più difficile qualsiasi futura mediazione, perché distribuisce il potere coercitivo tra una pluralità di attori locali con interessi propri.

Il ritorno delle Pyusawhti è quindi insieme una risorsa e un sintomo di debolezza. Permette alla giunta di prolungare la guerra e di esercitare pressione sulle comunità che sostengono la resistenza, ma certifica l’incapacità delle forze armate di governare attraverso strutture statali ordinarie. Più il Tatmadaw dipenderà dalla violenza delegata, più il Myanmar rischierà di evolvere da guerra civile contro un centro autoritario a conflitto frammentato, territorializzato e sempre più difficile da ricomporre politicamente.

Fonte: The Jamestown Foundation – Military-Backed Militias Reemerge in Myanmar’s Civil War

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