L’India apre ai BRICS la porta del Sud-est asiatico

L’allargamento dei BRICS al Sud-est asiatico non rappresenta soltanto un successo numerico del raggruppamento. Segnala soprattutto la ricerca, da parte delle capitali della regione, di nuovi margini di autonomia in un sistema internazionale sempre più polarizzato. In questa manovra l’India occupa una posizione decisiva: abbastanza vicina al Sud globale da apparire un interlocutore credibile, ma sufficientemente distante dall’agenda strategica cinese da rendere l’adesione ai BRICS meno simile a una scelta di campo.

Per i governi del Sud-est asiatico, entrare o avvicinarsi al gruppo significa ampliare le opzioni diplomatiche ed economiche senza abbandonare i rapporti con Stati Uniti, Giappone, Australia ed Europa. È la prosecuzione, su scala più ampia, della tradizionale strategia regionale di diversificazione: moltiplicare partnership e sedi multilaterali per evitare che una sola potenza acquisisca un’influenza eccessiva. I BRICS diventano così uno strumento di copertura politica, più che il nucleo di un fronte apertamente antioccidentale.

New Delhi contribuisce a mantenere praticabile questa ambiguità. La sua diplomazia presenta i BRICS come una piattaforma per riformare la governance globale, accrescere la rappresentanza delle economie emergenti e negoziare condizioni più favorevoli su finanza, sviluppo e commercio. Questa impostazione attenua la lettura del gruppo come veicolo esclusivo dell’influenza sino-russa e consente ai Paesi dell’ASEAN di parteciparvi senza compromettere apertamente le proprie relazioni con Washington.

L’interesse indiano, tuttavia, non è altruistico. Favorendo l’ingresso del Sud-est asiatico, l’India punta a diluire il peso della Cina dentro i BRICS, a consolidare la propria leadership tra le potenze non occidentali e a dare maggiore profondità alla politica dell’Act East. Più il raggruppamento si allarga a Stati interessati alla flessibilità anziché all’allineamento, più New Delhi può proporsi come mediatore tra Occidente e Sud globale.

Resta una contraddizione strutturale. L’India coopera con gli Stati Uniti e con gli altri membri del Quad nell’Indo-Pacifico, soprattutto per contenere l’espansione cinese, ma continua a difendere una rigorosa autonomia strategica e a valorizzare i BRICS. Questa doppia appartenenza non è un’anomalia: è il principale capitale diplomatico di New Delhi. Agendo contemporaneamente in coalizioni diverse, il governo indiano cerca di impedire che l’architettura regionale venga definita soltanto dalla competizione tra Washington e Pechino.

Anche per l’ASEAN la scommessa comporta dei rischi. Un allargamento disordinato dei BRICS potrebbe accentuarne le divisioni interne, trasferendo nel raggruppamento rivalità già presenti nella regione. Inoltre, se Cina e Russia riuscissero a imprimere un orientamento apertamente antioccidentale, la partecipazione diventerebbe più costosa per i Paesi maggiormente dipendenti dalla sicurezza americana o dai mercati occidentali.

La partita riguarda dunque meno la nascita di un blocco compatto che la formazione di uno spazio diplomatico intermedio. Il Sud-est asiatico cerca protezione dalla polarizzazione; l’India cerca influenza senza egemonia; i BRICS cercano rilevanza senza aver ancora definito una linea comune. Il vantaggio di New Delhi consiste proprio nel mantenere aperte queste ambivalenze. Finché riuscirà a farlo, potrà presentarsi come il garante di un multilateralismo flessibile e offrire alle capitali dell’ASEAN ciò che più desiderano: partecipare a nuovi centri di potere senza essere costrette a scegliere definitivamente da che parte stare.

Fonte: The Interpreter – India’s role in Southeast Asia’s BRICS bet

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