La democrazia arretra sul piano politico, ma conserva un vantaggio economico che le autocrazie non sono riuscite a cancellare. Mentre una parte crescente della popolazione mondiale vive sotto regimi autoritari o in sistemi democratici degradati, le realtà democratiche meglio consolidate tendono, nel lungo periodo, a diventare più prospere rispetto a quelli che rimangono autocratici. La battaglia fra modelli di governo, quindi, non riguarda soltanto diritti e istituzioni: è anche una competizione sulla capacità di produrre crescita, mobilità sociale e benessere durevole.
Il dato politico è netto. Dopo diciassette anni di miglioramento, tra il 1995 e il 2012, gli indicatori globali della libertà hanno invertito la rotta. Su 171 paesi analizzati, 124 registrano livelli di libertà politica inferiori a quelli del 2012. Il deterioramento attraversa tutte le regioni e non avviene soltanto attraverso colpi di Stato o brusche svolte autoritarie. Più spesso procede per erosione: indebolimento dei contrappesi, concentrazione del potere nell’esecutivo, perdita d’indipendenza della magistratura e dei media, riduzione delle libertà civili e manipolazione delle regole elettorali. Il 74% della popolazione mondiale vive ormai in autocrazie.
Questa avanzata è favorita anche da una narrazione geopolitica efficace: l’autoritarismo sarebbe più rapido nel decidere, più capace di pianificare e meno esposto ai costi del dissenso. Le democrazie, al contrario, apparirebbero lente, polarizzate e vulnerabili alla frammentazione. E’ un messaggio che trova terreno fertile nei paesi in cui le istituzioni rappresentative non hanno prodotto sicurezza economica, servizi efficienti o opportunità diffuse. Il consenso democratico si indebolisce quando la libertà politica viene percepita come un principio astratto, separato dalle condizioni materiali della popolazione.
La tesi dell’efficienza autoritaria, tuttavia, regge soprattutto nel breve periodo. I regimi centralizzati possono mobilitare risorse rapidamente e imporre grandi progetti senza affrontare opposizioni parlamentari, controlli pubblici o ricorsi giudiziari. Ma la stessa concentrazione del potere riduce la qualità dell’informazione che raggiunge i vertici, ostacola la correzione degli errori e favorisce corruzione, clientelismo e investimenti politicamente convenienti ma economicamente improduttivi. L’autocrazia può accelerare una decisione, ma non garantisce che sia quella giusta.
Il dato più significativo riguarda il rendimento economico della democratizzazione: nell’arco di vent’anni, i paesi che intraprendono una transizione democratica registrano una crescita del prodotto interno lordo superiore dell’8,8% rispetto alle controparti autocratiche. Il vantaggio non si limita al reddito. La prosperità comprende anche salute, istruzione, uguaglianza, condizioni ambientali e opportunità per le minoranze. Dei tredici paesi nei quali il livello complessivo di prosperità è diminuito dal 2012, dodici hanno subito anche un arretramento della libertà.
Non si tratta di sostenere che ogni democrazia sia automaticamente prospera o che ogni autocrazia sia destinata alla stagnazione. Risorse naturali, geografia, capitale umano, stabilità regionale e qualità amministrativa incidono profondamente sulle traiettorie nazionali. Anche la correlazione tra libertà e prosperità non risolve da sola il problema della causalità: istituzioni democratiche e sviluppo possono rafforzarsi reciprocamente. Resta però un’indicazione strategica robusta. Nel tempo, lo Stato di diritto, la trasparenza, la circolazione delle informazioni e la possibilità di sostituire governi inefficienti riducono il rischio sistemico e creano condizioni più favorevoli agli investimenti e all’innovazione.
Le implicazioni geopolitiche sono rilevanti. La competizione tra democrazie e autocrazie non si decide soltanto nelle elezioni o nei teatri militari, ma nelle infrastrutture, nel credito, nelle catene produttive e nella capacità di offrire sviluppo. Cina, Russia e altre potenze autoritarie presentano il proprio modello come un’alternativa pragmatica alle condizionalità occidentali. Pechino, in particolare, associa finanziamenti e opere infrastrutturali alla promessa di modernizzazione senza liberalizzazione politica. Questa proposta è attraente per molte élite del Sud globale perché offre risorse senza chiedere riforme istituzionali, ma può anche produrre dipendenza finanziaria, opacità contrattuale e consolidamento delle classi dirigenti al potere.
Per le democrazie occidentali, limitarsi alla superiorità morale non basta. Stati Uniti ed Europa devono dimostrare che libertà politica e sviluppo economico fanno parte della stessa offerta strategica. Ciò significa finanziare infrastrutture credibili, ampliare l’accesso ai mercati, ridurre il costo del capitale nei paesi emergenti e sostenere istituzioni capaci di trasformare gli investimenti in benefici sociali. La cooperazione allo sviluppo diventa così uno strumento di sicurezza: lasciare senza risposta la domanda di crescita significa concedere spazio ai modelli autoritari.
Il problema riguarda anche la tenuta interna dell’Occidente. Disuguaglianza, impoverimento dei ceti medi, servizi pubblici fragili e percezione di impunità delle élite alimentano la sfiducia nelle istituzioni. Quando la democrazia non produce risultati visibili, la promessa autoritaria di ordine e rapidità acquista forza. Difendere il modello democratico significa quindi migliorarne le prestazioni, non soltanto celebrarne i principi.
La democrazia dispone ancora di un vantaggio strutturale: è più capace di apprendere, correggersi e distribuire opportunità nel tempo. Ma questo vantaggio non opera automaticamente. Deve essere sostenuto da istituzioni credibili, politiche economiche efficaci e una strategia internazionale che colleghi libertà, investimenti e sicurezza. Il paradosso del presente è proprio questo: la democrazia perde terreno mentre le ragioni economiche a suo favore restano solide. Trasformare quelle ragioni in consenso politico è una delle principali sfide geostrategiche dei prossimi anni.
Fonte: Atlantic Council – Democracy is losing ground. The economic case for it is not
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