Secondo Al Arabiya, la provincia siriana di Sweida resta uno dei punti più fragili della transizione post-Assad, perchè mette a nudo il problema fondamentale della nuova Siria: la difficoltà di reintegrare pienamente territori e comunità ancora fuori dal controllo effettivo delle nuove autorità. L’appello alla moderazione lanciato dall’inviato americano Tom Barrack, dopo l’allontanamento di una figura locale di rilievo come Atef Hunaidi, segnala che nel sud druso non è in gioco soltanto un conflitto interno di leadership, ma la tenuta stessa del processo di ricomposizione statale.
Il primo elemento geostrategico è che Sweida resta uno degli ultimi grandi spazi extra-statali della Siria. Come ricorda Al Arabiya, la città e altre aree della provincia sono sotto il controllo di gruppi armati locali, tra cui la cosiddetta National Guard legata a Hikmat al-Hijri, figura apertamente critica verso le nuove autorità di Damasco e protagonista di dichiarazioni sempre più divisive. Questo significa che la questione non riguarda solo ordine pubblico o tensioni comunitarie, ma il rapporto tra sovranità centrale, autonomia locale e lealtà politica in una fase ancora incompiuta della transizione siriana.
Il secondo dato importante è il carattere intracomunitario della crisi. L’episodio di Hunaidi – costretto a lasciare la provincia dopo aver criticato le parole di al-Hijri – mostra che la frattura non oppone solo Damasco a Sweida, ma attraversa la stessa comunità drusa. Il richiamo di Barrack al fatto che, in assenza di governance, “sono le bande a riempire il vuoto” e che “pochi attori con motivazioni tossiche si stanno rivoltando contro i propri” è un segnale molto preciso: il rischio non è soltanto l’isolamento politico della provincia, ma la sua trasformazione in un teatro di violenza intestina e frammentazione armata.
Un terzo punto decisivo riguarda il fattore israelo-druso. Le dichiarazioni di al-Hijri, che ha descritto la sua comunità come “parte integrante dello Stato di Israele”, alzano enormemente la temperatura politica del dossier. In un contesto come quello siriano, questa presa di posizione non è una semplice provocazione identitaria: ha il potenziale di internazionalizzare ulteriormente la questione di Sweida, collegandola alle sensibilità strategiche di Damasco, di Israele e degli attori regionali che guardano con estrema attenzione a ogni possibile ridefinizione degli equilibri nel sud siriano. La partita, quindi, non è solo comunitaria o locale: tocca direttamente il nodo della proiezione regionale e delle linee di influenza nel Levante.
Il quarto elemento geostrategico è che la cosiddetta roadmap for peace firmata l’anno scorso viene ora richiamata da Barrack come unica via per una “reintegrazione dignitosa” di Sweida nella Siria, con pieni diritti e pieni doveri di cittadinanza per la comunità drusa. Questo passaggio è importante perché mostra che gli Stati Uniti vedono ancora nella provincia non soltanto un problema di sicurezza, ma un banco di prova politico: riuscire o meno a riportare Sweida dentro un quadro statale condiviso dirà molto sulla capacità della nuova Siria di ricostruire cittadinanza, legittimità e unità territoriale dopo il collasso dell’era Assad.
Infine, il contesto resta pesante perchè le tensioni attuali si innestano sulle violente fratture del luglio scorso, quando gli scontri tra drusi e forze filogovernative produssero una delle peggiori ondate di violenza comunitaria dalla caduta di Bashar al-Assad nel 2024. Questo significa che il tessuto locale è già segnato da sfiducia, memoria del sangue e fragilità istituzionale. Ogni nuova scintilla rischia quindi di riattivare dinamiche molto più profonde del singolo episodio.
Il quadro descritto da Al Arabiya mostra che Sweida è oggi uno dei test più delicati della Siria post-Assad. Non si tratta solo di ristabilire ordine in una provincia ribelle, ma di capire se la nuova architettura siriana saprà riassorbire autonomie armate, competizioni interne alla comunità drusa e pressioni regionali senza precipitare in una nuova fase di frammentazione. In questo senso, Sweida non è una periferia: è uno dei luoghi in cui si decide se la Siria può davvero tornare a essere Stato.
M.E.
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