(Marzia Giglioli)
Keir Starmer esce di scena da premier britannico e da leader del Partito Laburista, con un commosso discorso di addio. Le sue dimissioni erano già date per scontate e ormai era solo count down. Davanti a Downing Street, già da stamattina presto, sostava una folla di giornalisti e TV di tutto il mondo. Dalla sua schiacciante vittoria elettorale sono passati due anni, 24 mesi che hanno gradatamente eroso la sua leadership perché, una volta al governo, Starmer ha visto crollare la sua popolarità ai minimi storici e il partito ha subito perdite devastanti sfociando nella debacle alle elezioni locali del mese scorso.
Keir Starmer ha avuto “una traiettoria quasi shakespeariana”, scrive il Guardian, “ha guidato il Partito Laburista a una vittoria elettorale che molti ritenevano impossibile e poi, negli ultimi due anni. ha mandato tutto in fumo”. Una vera tragedia politica che si è consumata in un’epoca senza precedenti, in cui le lealtà degli elettori si sono atomizzate, l’egemonia bipartitica si è frammentata in cinque partiti e, per la prima volta in assoluto, il Partito Laburista si è trovato ad affrontare una minaccia sia a sinistra che a destra. Difficile districarsi in un teatro così divisivo che comunque non esime da responsabilità e da colpe.
Starmer, intanto, ha dichiarato che rimarrà Primo ,inistro fino alla nomina di un nuovo leader del partito e il candidato più probabile a succedergli è Andy Burnham, ex sindaco della Greater Manchester, che la scorsa settimana ha ottenuto una schiacciante vittoria nelle elezioni suppletive per un seggio in Parlamento e che nelle ultime settimane premeva per spodestare Starmer. Viene considerato un uomo del popolo, scrivono di lui che “sa parlare a lavoratori e intellettuali” e potrebbe essere il primo cattolico a Downing Street. La sua promessa d’inizio è che “tutto deve cambiare”.
In un messaggio diffuso sui social, il 56enne Burnham, esponente della “soft left” progressista del Labour, ha reso l’onore delle armi al premer dimissionario: “La sua decisione segna l’inizio di una transizione ed è importante che questo processo sia condotto in modo ordinato e responsabile. Io farò la mia parte”.
Strana la coincidenza di date, che si incrociano con i fatti di oggi e le dimissioni del premier britannico. Dieci anni fa, il 23 giugno, Londra approvava il referendum sulla Brexit.
In questi 10 anni, l’Inghilterra ha vissuto un periodo costante di instabilità con sette primi ministri che si sono alternati e la crescita dei nazional-populisti di Farage. Sullo sfondo, anche gli scandali che hanno investito la famiglia reale inglese, in particolare l’ex principe Andrea.
Ora l’Inghilterra, nell’immediato, guarda al calendario del nuovo avvicendamento in casa Labour.
Sulla carta, il dopo Starmer dovrebbe essere determinato da una competizione aperta a più candidati. Burnham, che già gode dei favori della base degli iscritti, potrebbe tuttavia puntare su una incoronazione solitaria. Disponendo ormai – secondo conteggi aggiornati – anche del sostegno di oltre 300 dei 403 deputati laburisti. Un numero tale da bloccare potenzialmente l’entrata in lizza di altri pretendenti.
Starmer ha dichiarato di aver chiesto al Comitato esecutivo nazionale del Labour di fissare un calendario per la corsa alla leadership del partito, con apertura delle candidature il 9 luglio e chiusura il 16 luglio, prima della pausa estiva del Parlamento. In caso di sfida, il nuovo leader e premier sarebbe in carica entro la ripresa dei lavori di Westminster a settembre. Se invece il rivale Andy Burnham si presenterà come unico candidato – ipotesi che nelle ultime ore ha preso sempre più piede sotto forma della cosiddetta “incoronazione” – il passaggio di consegne al nuovo primo ministro avverrà già a metà luglio.



