Nuovo ordine. Si svuotano gli Accordi di Abramo, nasce il Patto di Maometto

Analisi originariamente pubblicata da HuffPost Italia (21 giugno 2026)

(Alberto Pagani) 

Marco Aurelio nei suoi Diari si interrogava su ogni cosa con una domanda precisa: cosa è in sé? Qual è la sua vera natura? È un ottimo metodo, soprattutto di fronte a fenomeni che rischiano di essere sopravvalutati dalla retorica o sottovalutati dall’abitudine. Il cosiddetto “Patto di Maometto”, indicato con l’acronimo Step – dalle iniziali di Saudi Arabia, Turkey, Egypt, Pakistan – è esattamente il tipo di oggetto che lo richiede. Non è un’alleanza militare formale. Non è la Nato islamica che alcuni titoli hanno già annunciato. Ma non è nemmeno una semplice dichiarazione d’intenti. È qualcosa di più sottile, e per questo più interessante da capire. Il nome stesso evocato nelle stanze del potere saudita, che richiama la figura del Profeta, segnala la volontà di fare leva su un sentimento di coesione identitaria per superare storiche rivalità bilaterali, come quelle tra Turchia e Arabia Saudita, in nome di un obiettivo che si vuole presentare come superiore. Ma l’identità è anche una trappola. E la storia del Medio Oriente è lastricata di alleanze che ci sono entrate e non ne sono uscite.
Per capire cosa sta nascendo bisogna capire cosa è finito. Gli Accordi di Abramo del 2020 erano stati presentati come una svolta storica: la normalizzazione diplomatica tra Israele e alcune monarchie del Golfo — Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco, Sudan — aveva aperto la strada a un asse di sicurezza regionale a guida americana costruito attorno alla minaccia comune dell’Iran sciita. L’architettura era funzionale: Israele portava tecnologia militare e intelligence, le monarchie del Golfo portavano capitali e legittimità araba, Washington garantiva l’ombrello strategico. L’Iran era il nemico condiviso che teneva insieme attori altrimenti incompatibili.

Il problema è che quell’architettura poggiava su tre assunti che si sono rivelati fragili.

Il primo: che gli Stati Uniti fossero un garante affidabile e stabile.

Il secondo: che Israele fosse disposto a pagare il prezzo politico della normalizzazione, ovvero offrire qualche prospettiva credibile ai palestinesi.

Il terzo: che la minaccia iraniana, una volta gestita militarmente, avrebbe ceduto il passo a una nuova stagione di stabilità.

Nessuno dei tre ha retto.

L’amministrazione Trump ha dimostrato, nella sua seconda incarnazione, di perseguire obiettivi transazionali e discontinui, molto più sensibili ai sondaggi e agli interessi commerciali che a una strategia coerente. L’accordo quadro con Teheran appena siglato, “un piano Marshall per la Germania, lasciando però i nazisti al potere”, ha segnalato alle capitali arabe che Washington è disposta a negoziare con l’Iran sciita sopra le loro teste, senza garanzie reali per chi aveva subìto i missili iraniani su Ras Tanura e i droni sull’ambasciata americana a Riad. In quei giorni del marzo scorso, l’ombrello americano ha mostrato tutta la sua fragilità politica: non assenza di capacità militare, ma assenza di volontà strategica coerente.

Il governo israeliano di Benjamin Netanyahu, nel frattempo, non aveva mai offerto nulla che assomigliasse a una prospettiva palestinese credibile. La politica degli insediamenti in Cisgiordania, la gestione di Gaza, il rifiuto sistematico di qualsiasi cornice per i due popoli due stati avevano reso insostenibile per qualsiasi governo arabo procedere sulla via della normalizzazione davanti alla propria opinione pubblica. “Vogliamo essere parte degli Accordi di Abramo, ma vogliamo anche essere sicuri ci sia un percorso chiaro verso una soluzione a due Stati”, aveva detto il principe ereditario saudita Mohammed Bin Salman già alla fine del 2025. Quella condizione non è mai stata soddisfatta, e finché Netanyahu resterà al potere non lo sarà.

Gli Accordi di Abramo non sono stati aboliti formalmente. Sono stati svuotati dall’interno. E nel vuoto che si è aperto, il Patto di Maometto ha cominciato a prendere forma.

La natura dell’accordo: un’assicurazione, non un’alleanza

Ed è qui che ci torna utile Marco Aurelio. Cosa è in sé questo patto? Non è un trattato formale con clausole di difesa automatica. Non esiste un articolo 5, come nella Nato, che impegna gli alleati alla difesa collettiva, non esiste un comando unificato, non esistono impegni operativi vincolanti. È piuttosto un sistema di consultazione istituzionalizzata tra quattro potenze che riconoscono la complementarità dei propri ruoli strategici e la convergenza dei propri interessi in una fase di transizione dell’ordine regionale.

Riad porta il motore finanziario: Vision 2030 ha bisogno di stabilità regionale per funzionare, e bin Salman ha capito che quella stabilità non può essere appaltata interamente a Washington.

Ankara porta la dimensione militare-industriale — droni Bayraktar, il caccia stealth domestico TAI Kaan, 550.000 effettivi e una proiezione operativa dimostrata in Siria, Libia e Azerbaigian — e una capacità diplomatica che si muove su più tavoli contemporaneamente, incluso quello di Mosca.

Il Cairo porta il peso tattico-militare di un esercito tra i più grandi del Medio Oriente e il controllo del Canale di Suez, che vale molto più di un’infrastruttura commerciale: il 12-15% del commercio mondiale transita di lì in tempi normali, e chi controlla Suez controlla una variabile critica per le economie europee, asiatiche e americane in qualsiasi crisi.

Islamabad porta la deterrenza nucleare, perché dispone dell’unico arsenale atomico del mondo islamico, e un ponte strategico verso l’Asia Centrale che nessun altro membro può offrire. Pakistan e Arabia Saudita hanno siglato un patto di difesa formale nel settembre 2025, che è il collegamento bilaterale più solido dell’intera architettura Step.

In fin dei conti tutto questo non è un’alleanza politica e militare vera propria, ma è un piano B. Un’assicurazione contro la discontinuità americana. Mohammed bin Salman, Abdel Fattah al-Sisi e i pianificatori strategici del Golfo hanno tratto una lezione precisa dalla stagione 2025-2026: una potenza che considera di uscire dalla Nato, poi negozia con Teheran sopra le vostre teste, poi torna a vendere armi e chiedere investimenti non può essere il solo architetto della vostra sicurezza. Serve una ridondanza. Il Patto di Maometto è quella ridondanza; non un’alternativa a Washington, ma un’alternativa alla dipendenza unilaterale da Washington. E al tempo stesso un messaggio: se non siete garanti affidabili, costruiamo qualcosa di nuovo, altrove. Quell’altrove potrebbe includere una conversazione ancora più profonda con la Cina, che nel Golfo ha già dimostrato di saper mediare, e la normalizzazione saudita-iraniana del 2023 è lì a ricordarlo.

La contraddizione strutturale: la Fratellanza Musulmana

Fin qui, una logica lineare. Ma la vera natura del Patto si rivela nella sua contraddizione interna più acuta, quella che nessun comunicato ufficiale menziona e che nessuna alleanza di facciata può dissolvere: la questione della Fratellanza Musulmana.

In un precedente articolo (..) ho analizzato la competizione crescente tra Israele e Turchia, descrivendo come l’asse tattico si stesse sgretolando. Quella frattura ha una radice ideologica che ora si ripresenta all’interno del Patto stesso. Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha costruito la sua traiettoria politica sull’islam politico della Fratellanza: il suo Akp ne è l’emanazione al governo, fondata nel 2002 e mai davvero separata dalle sue origini. Ankara è diventata il principale rifugio internazionale per i quadri della Fratellanza espulsi dall’Egitto, dall’Arabia Saudita, dal Golfo. La Turchia ha sostenuto Hamas politicamente e ha ospitato nei propri ospedali feriti della guerra di Gaza. Erdoğan ha minacciato di “entrare in Israele come aveva fatto in Libia e nel Karabakh”.

Per il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, tutto questo è esistenzialmente intollerabile. La Fratellanza Musulmana è fuorilegge in Egitto dal 2013, quando al-Sisi depose con un golpe il presidente Mohammed Morsi, eletto democraticamente ma espressione di quella stessa organizzazione. Da allora centinaia di arresti, decine di condanne capitali, otto leader giustiziati per impiccagione nel marzo 2024 inclusa la guida suprema. Hamas non è per il Cairo un movimento di resistenza: è la branca palestinese della Fratellanza, fondata come tale da Ahmed Yasin, membro dell’organizzazione egiziana, ed è trattata di conseguenza.

Questa è la linea di faglia che attraversa il Patto. Arabia Saudita ed Egitto stanno da un lato: sono Stati che hanno fatto della repressione dell’islam politico organizzato una condizione della propria sopravvivenza interna. La Turchia sta dall’altro. Negli ultimi anni Erdoğan ha compiuto gli opportuni aggiustamenti tattici: qualche distanza formale dalla Fratellanza per sbloccare la normalizzazione con Riyadh e il Cairo, agevolata anche dall’influenza di Trump, che tratta entrambi come interlocutori privilegiati. Ma si tratta di manovre diplomatiche, non di una trasformazione ideologica. L’Akp è quello che è. E la struttura di potere turco continua a vedere in Hamas un movimento di resistenza nazionale, non un’organizzazione terroristica.

Questa contraddizione condiziona strutturalmente quello che il Patto può diventare. Non può essere un’alleanza coesa e integrata finché la Fratellanza rimane il principale punto di frattura tra i suoi stessi membri. Può essere, e probabilmente già è, un sistema di coordinamento funzionale su obiettivi circoscritti: gestire le crisi, costruire corridoi diplomatici, ridurre la volatilità. Ma l’ambizione di farne una Nato islamica è prematura, e forse strutturalmente impossibile.

Israele come variabile esogena

Il Patto di Maometto non nasce contro Israele, ma in parte nasce anche come risposta alla politica israeliana. E questa distinzione, apparentemente sottile, è in realtà decisiva per capire dove tende.

La politica del governo Netanyahu ha compromesso quello che era il principale incentivo alla cooperazione arabo-israeliana: la prospettiva, anche vaga, di un futuro di normalizzazione. La brutalità di Gaza, la crisi degli Accordi di Abramo, le operazioni contro l’Iran hanno prodotto nelle capitali arabe una conclusione condivisa: normalizzare con Israele senza una cornice palestinese e senza garanzie di sicurezza collettiva significa esporsi politicamente e strategicamente senza ricevere nulla in cambio. Per gli Emirati, che nella normalizzazione avevano investito massicciamente, questa è una sconfitta. Per gli altri, è un avvertimento.

La competizione in corso tra Israele e Turchia aggrava ulteriormente il quadro. L’ex premier israeliano Naftali Bennett ha definito Ankara “il nuovo Iran”. Il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, che per tredici anni è stato a capo dell’intelligence di Ankara, e quindi non è un politico da sottovalutare, ha risposto che “Israele è incapace di vivere senza un nemico, e dopo l’Iran sarà la Turchia”. Se la Turchia si configura come avversario strutturale di Israele, la nuova architettura sunnita acquisisce implicitamente una valenza anti-israeliana che le monarchie del Golfo non cercano, ma che Erdoğan potrebbe strumentalizzare per i propri obiettivi regionali.

Il paradosso geometrico è questo: senza la Turchia, Step è una piattaforma diplomatico-finanziaria priva di spina dorsale militare. Con la Turchia, Step rischia di essere trascinato nella rivalità turco-israeliana, che è esattamente quello che Raid e il Cairo vogliono evitare. Non esiste una soluzione elegante a questo dilemma. Esiste solo la gestione pragmatica di una contraddizione che non si risolve ma si amministra.

Dove può andare a parare

Torniamo a Marco Aurelio, che non chiedeva solo cosa una cosa è, ma dove tende per sua natura. Ed è qui che le possibilità si biforcano nettamente, con implicazioni molto diverse.

Se il Patto evolverà in senso identitario, come una Lega sunnita armata costruita attorno all’appartenenza confessionale, quindi un blocco che si definisce per contrapposizione religiosa all’Iran sciita e alla potenza israeliana, sarà destabilizzante. Non perché voglia necessariamente fare guerra, ma perché spingerà la regione verso la logica dello scontro di civiltà, che ogni attore razionale ha interesse a evitare ma che nessun attore riesce da solo a impedire. Il nome “Patto di Maometto” può essere un’evocazione simbolica benigna, o può diventare il marchio di un progetto identitario che si autoalimenta.

Se evolverà invece in senso funzionale — pragmatico, orientato alla gestione delle crisi piuttosto che alla guerra, aperto al dialogo con tutti gli attori compresi Iran e Israele — potrà svolgere un ruolo stabilizzante che l’architettura americana non garantisce più da sola. In questa versione, Step non è una minaccia per Israele: è semmai un interlocutore con cui Israele dovrà imparare a trattare, accettando che il Medio Oriente post-2026 non tollererà più una marginalizzazione indefinita della questione palestinese. Per questo il riposizionamento futuro di Israele nei confronti del mondo arabo sunnita, sarebbe più semplice senza la presenza di Netanyahu a capo del governo.

La storia del Medio Oriente suggerisce che tra queste due possibilità non c’è mai una scelta netta e definitiva: le alleanze scivolano verso l’identitario sotto pressione, tornano al pragmatico nei periodi di calma. Il rischio strutturale è che questa architettura nasca in un momento di alta tensione e che le sue prime prove operative si svolgano in un contesto che favorisce la deriva confessionale invece di contrastarla.

Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, le implicazioni sono concrete e ravvicinate. Un Egitto più autonomo nell’asse Step è un Cairo più difficile da convincere a gestire i flussi migratori in funzione degli interessi europei senza contropartite adeguate. Una Turchia che consolida il proprio ruolo di potenza militare regionale è un interlocutore ancora più complesso per la Nato e per Bruxelles. Un’Arabia Saudita che costruisce sistemi di sicurezza alternativi a quello americano è un partner energetico che potrebbe ridefinire le condizioni dei propri rapporti con l’Occidente in qualsiasi negoziato futuro.

Le decisioni che ridisegnano l’ordine del Medio Oriente si prendono a Riad, Ankara, Cairo, Washington, Pechino. Di rado a Bruxelles. Ma gli effetti di quelle decisioni sulla sicurezza energetica, sui flussi migratori e sulla stabilità del fianco sud del continente, arrivano puntualmente in Europa, spesso senza preavviso. Il Patto di Maometto forse non cambierà il mondo come ha fatto la Nato. Ma potrebbe fare la differenza tra una crisi che l’Europa riesce ad accompagnare e una crisi che si limita a subire. Marco Aurelio avrebbe già cominciato a capirla. Forse è il momento che cominciamo anche noi.

 

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