(Marzia Giglioli)
L’ex consigliere di Obama, Charles Kupchan, legge l’ultima crisi diplomatica tra Italia e Usa e sintetizza: “La premier paga la scelta di difendere Papa Leone”.
Probabilmente ha ragione ma il punto di rottura non è certamente qui, o olmeno non solo in questo confronto tra chi sta con il Papa (in questo caso la premier italiana) e chi condivide la dottrina di Trump. La rottura è già nei fatti e riguarda l’isolazionismo dell’America rispetto a tutti gli altri, ovviamente e specialmente alleati. Con gli avversari Trump adotta posizioni più ibride, non attacchi frontali, scegliendo strategie di cambiamento per acquisire e ampliare sfere di influenza fino ad azioni di forza come si è visto con Chavez e forse si vedrà con Cuba.
Con gli alleati, la Casa Bianca sceglie lo scontro permanente: oggi si chiama Meloni, con l’intervista del presidente USA che riduce la premier italiana a questuante penosa (mi ha implorato di fare una foto con lei, mi ha fatto pena): in realtà, più che uno scontro, è mancanza grave di rispetto verso la premier, che ha reagito in modo netto e deciso. Se vogliamo ricordare bene le cose, fanno notare la maggior parte degli analisti, la ‘rottura’ si era già registrata quando Trump aveva usato toni più espliciti dichiarando che con la Meloni non c’era più sintonia. Del resto Trump non ha risparmiato finora nessuno dei leaders europei nei suoi attacchi diretti: Macron, Starmer (non è certo Churchill) , Merz, Sanchez.
Il punto ormai non è cercare di trovare una sintonia con Trump, cosa impossibile visti i fatti e l’imprevedibilità del presidente USA: la via è quella di costruire un nuovo sistema per “essere con gli USA” senza essere ‘ essere contro gli USA’, sapendo che il caos geopolitico è il nuovo fattore della storia e che il multilateralismo dovrà seguire nuove regole geometriche. Cercare di dare significato agli eventi con la logica critica del ‘prima’ serve davvero a poco. Le sfide ora sono altre e possono essere non oppositive ma convergenti. Si dovrà guardare ormai all’America non più come alleato permanente ma come alleato costante e costruire un nuovo inpianto ‘perché il buonsenso indica’, come dichiara la stessa Meloni, ‘che non bisogna andare alla rottura con l’America’. Le soluzioni possono chiamarsi geometrie variabili, o ‘convergenze paralleleì: l’errore sarebbe quello di alimentare strappi pericolosi. Occorre saper gestire la complessità profonda di ciò che sta accadendo, consapevoli che siamo in una fase di “post America’.
La prova riguarda l’Europa ma, più in generale, tutti gli attori globali perché l’America ha già deciso il cambiamento anche rispetto ai partner storici, incitandoli a fare di più da soli. Non agire di conseguenza, cercando di riparare solo gli strappi contingenti o quelli che di volta in volta si manifestano, rischia di essere un’operazione troppo parziale e miope.
Come sarebbe errore fatale considerare l’America una nemica: si rischia soltanto di far guadagnare altri fronti che potrebbero rivelarsi molto pericolosi, come scrive Stefano Folli su Huffington Post.
Bisognerebbe disegnare la fisionomia della nuova storia con uno sguardo che vada oltre tutto questo: servirebbe una strategia geopolitica che consideri l’incertezza, ritrovando opzioni di governo e costruedo altri valori globali che affrontino il caos con la ragionevolezza volta a mantenere la pace.



