Budapest 2026: la crepa nel sistema. Il sistema che non cede

(Girolamo Boffa)

Il 12 aprile 2026 l’Ungheria ha votato. Con il 77,8% di affluenza — la più alta da anni — Péter Magyar e il suo partito Tisza hanno conquistato 138 seggi su 199, superando la soglia dei due terzi necessaria per modificare la Costituzione. Viktor Orbán, primo ministro da sedici anni, si ferma a 54 seggi. È una disfatta, non una sconfitta.

Magyar ha vinto tutto: ha vinto il governo, ha vinto la maggioranza, ha vinto persino quella soglia dei due terzi che Orbán aveva trasformato per sedici anni in strumento esclusivo di potere. Ha vinto con i numeri giusti: quelli che servivano per cambiare tutto.

Eppure il lavoro comincia adesso e la prima domanda non è cosa fare — è cosa fare prima.

Orbán non ha costruito un sistema di potere, ha costruito un sistema di blocchi progettato non per governare in eterno, ma per rendere il Paese ingovernabile da chiunque altro. La differenza è sottile ma decisiva: un sistema di potere crolla quando il potere cambia mano; un sistema di blocchi resta operativo finché non viene smontato pezzo per pezzo, nell’ordine giusto. È questa la vera eredità dei sedici anni di Fidesz — non una politica, ma un’architettura.

Ed i due terzi aprono la porta. Non fanno il lavoro.

L’architettura è nota: una Corte Costituzionale con quindici giudici nominati da Fidesz, un Consiglio di bilancio con potere di veto sul bilancio dello Stato, un presidente della Repubblica in carica fino al 2029, una magistratura allineata, la KESMA — la fondazione mediatica creata da Orbán nel 2018 nella quale confluirono su base “volontaria” oltre 500 testate locali e nazionali, in cui la narrativa alternativa semplicemente non circolava. Tutto modificabile, in linea di principio, con i due terzi, ma non tutto modificabile contemporaneamente, non tutto modificabile subito, e non tutto modificabile senza un costo politico che si accumula ad ogni mossa sbagliata.

I passaggi non sono equivalenti, alcuni sono propedeutici ad altri: finché non si risolve il nodo a monte, il nodo a valle resta irraggiungibile indipendentemente dalla volontà politica e dalla maggioranza parlamentare.

Il Consiglio di bilancio è il primo nodo, il più immediato e il più paralizzante. Tre membri nominati da Fidesz — con mandati da sei a dodici anni che nessuna maggioranza semplice può interrompere — detengono il potere di veto sul bilancio dello Stato. Se il bilancio non passa, entra in scena il presidente Sulyok: fedele a Fidesz, in carica fino al 2029, con il potere costituzionale di sciogliere il Parlamento. Il meccanismo è un circuito progettato per innescarsi al primo errore di sequenza: il Consiglio blocca, Sulyok scioglie, si torna alle urne con un governo già logorato dall’incapacità di produrre risultati: un governo che non ha ancora avuto il tempo di governare.

Senza bilancio nessuna riforma è finanziabile, nessuna promessa elettorale è mantenibile, nessuna credibilità è costruibile. Gli altri nodi — Corte Costituzionale, magistratura, sistema mediatico — sono obiettivi reali ed urgenti. Ma vengono dopo.

Non è, quindi, con la logica della vittoria elettorale – rapidamente, su più fronti, con il piglio di chi ha finalmente il mandato e gli strumenti per usarlo – che Magyar può affrontare questa architettura: sarebbe l’errore più pericoloso ed autodistruttivo. La tentazione è comprensibile, ma sarebbe fatale. Un governo che attaccasse simultaneamente il Consiglio di bilancio, la Corte Costituzionale e il sistema mediatico offrirebbe ad Orbán esattamente ciò di cui ha bisogno: la narrativa del caos, dell’incompetenza, di un’opposizione che non ha saputo governare quando ne avuto l’occasione.

Orbán con 54 seggi non può bloccare nulla in Parlamento. Ma può aspettare.

E sa aspettare meglio di chiunque altro — come ha dimostrato tra il 2006 e il 2010, quando perse il governo, portò la politica in piazza, demolì con i referendum le riforme del governo socialista, conquistò le elezioni amministrative comune per comune, e quattro anni dopo tornò con la più ampia maggioranza che l’Ungheria avesse visto dalla fine del comunismo.

La sequenza logica ha quindi una sua gerarchia ferrea: prima il terreno fiscale — anche parzialmente, anche provvisoriamente — poi i fronti istituzionali nell’ordine in cui ciascuno sblocca il successivo. L’intelligenza politica non sta nel voler fare tutto: sta nel sapere cosa fare prima, cosa fare dopo, e cosa lasciare per quando si avrà, poi, la forza e il tempo necessari.

Magyar ha travolto d’impeto il sistema. Ora deve dimostrare di avere la pazienza per smontarlo nell’ordine giusto.

Un passo per volta. Non perché sia prudente, ma perché è l’unico modo affinché ogni passo spinga il successivo.

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