(Carlo Rebecchi)
E’ la comune volontà e necessità degli Stati Uniti e dell’Iran di trattare ad alimentare la speranza che sabato ad Islamabad il negoziato per mettere fine alla guerra cominciata 41 giorni fa possa prendere corpo. I due negoziatori, il vicepresidente JD Vance e il vicepresidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, voluto personalmente dalla Guida Suprema Khamenei jr, rappresentano posizioni su molti punti a prima vista inconciliabili; e ciascuno dei due teme, e sospetta, che l’altro lo voglia ingannare. Lo dicono le carte, chiaramente esibite, con le quali si siederanno al tavolo. Vance con l’avvertimento che il massiccio dispositivo militare statunitense è pronto in qualsiasi momento a riprendere la guerra. Ghalibaf replicando che ii passaggio delle navi nello Stretto di Hormuz sarà bloccato fino a quando il piano di pace iraniano non verrà accettato.
Il presidente degli Stati Uniti è categorico: la riapertura dello Stretto, dove transita un quinto del petrolio mondiale, è la pre-condizione essenziale per la tregua. Se l’Iran non accetterà, la guerra riprenderà. Su questo, Stati Uniti e Iran avevano raggiunto un’intesa. L’intoppo dell’ ultimo momento, che rischia di compromettere l’intera “operazione tregua”, lo ha creato il premier israeliano Benjamin Netanyahu. L’alleato di Trump, colui che lo avrebbe spinto ad attaccare l’Iran, oggi ha confermato la sospensione dei bombardamenti contro l’Iran, ma ha nuovamente colpito il Libano, dove continua a portare avanti la propria guerra contro gli Hezbollah.
La volontà di Washington e di Teheran di “andare avanti”, almeno fino a dove sarà possibile, è per gli osservatori evidente. Questo vale per la guerra in Libano e, almeno finora, anche per il pedaggio che, a guerra finita, l’Iran vorrebbe imporre per il transito delle navi nello Stretto di Hormuz, con Trump decisamente contrario e che avverte: “Ci sono notizie secondo cui l’Iran starebbe imponendo pedaggi alle petroliere che transitano nel Stretto. E’ meglio che non lo facciano e, se lo stanno facendo, è meglio che smettano subito. L’Iran sta gestendo in modo pessimo, disonorevole direbbero alcuni, il transito del petrolio attraverso lo Stretto. Questo non è l’accordo che abbiamo”, ha scritto su Truth.
Nessun commento invece, per il momento, sulla ricostruzione del New York Times, con fonti interne della Casa Bianca, su come Trump ha deciso di attaccare l’Iran, convinto a farlo principalmente da Netanyahu. La fase decisiva, scrivono Janathan Swan e Maggie Haberman, è cominciata l’11 febbraio 2026, quando il premier israeliano dalla “situation room” ha messo in video-collegamento Trump con il capo del Mossad, David Barnea. Tutti presenti i principali collaboratori del Presidente (Marco Rubio, Dan Caine, Pete Hegseth, John Ratcliffe, Jared Kushner, Steve Witkoff). Mancava JD Vance che si trovava in Azerbaijan e non aveva fatto in tempo a tornare.
Scrive îl New York Times che “la presentazione di Netanyahu si è rivelata decisiva per indirizzare Stati Uniti e Israele verso un grande conflitto armato in una delle regioni più instabili del mondo” e che Netanyahu e la sua squadra “hanno illustrato uno scenario che faceva pensare ad una vittoria quasi certa”. “Netanyahu non è stato il solo a uscire dall’incontro con l’impressione che Trump avesse quasi preso una decisione”, prosegue la ricostruzione che, a proposito dei rischi, aggiunge: “Netanyahu ha risposto che ce n’erano ma ha insistito su un punto centrale: si rischiava di più decidendo di non intervenire. Il prezzo dell’operazione sarebbe cresciuto se avessero ritardato l’attacco, lasciando all’Iran più tempo per accelerare la produzione di missili e per creare uno scudo protettivo attorno al suo programma nucleare”.
Gli americani, analizzato il piano israeliano, lo hanno scomposto in quattro parti. La prima era la decapitazione del regime, cioè l’uccisione dell’ayatollah. La seconda era il colpo alla capacità dell’Iran di rispondere con la forza e minacciare i paesi vicini. La terza era una rivolta popolare in Iran. La quarta era il cambio di regime, con l’insediamento di un leader laico a Teheran. Trump “era interessato a raggiungere i primi due obiettivi: uccidere l’ayatollah e i principali dirigenti iraniani e smantellare l’apparato militare del Paese”.
Nella “situation room” il più convinto di un intervento era il segretario alla difesa Hegseth mentre il segretario di Stato Rubio era visibilmente combattuto e avrebbe preferito continuare con una campagna di massima pressione invece di avviare una guerra su larga scala. Nella cerchia ristretta di Trump “nessuno più di Vance si è mostrato preoccupato della prospettiva di una guerra con l’Iran, e nessuno ha fatto niente per fermarla. (…) Davanti ai colleghi Vance ha avvertito Trump che una guerra contro l’Iran rischiava di provocare il caos nella regione e un numero incalcolabile di vittime oltre che di spaccare la coalizione politica” di Trump e di essere vista “come un tradimento da molti elettori che avevano creduto alla promessa di non avviare nuove guerre”.
Il 26 febbraio, verso le cinque del pomeriggio, l’ultima riunione nella “situation room” è durata un’ora e mezza. A quel punto, scrive il New York Times, le posizioni di tutti erano chiare. Vance, la cui opposizione era ben nota, si è rivolto al presidente: “Sai che penso che sia una cattiva idea, ma se vuoi farlo ti sosterrò”. Rubio è stato chiaro, dicendo al presidente: “se il nostro obiettivo è il cambio di regime o una sollevazione, non dovremmo farlo. Ma se l’obiettivo è distruggere il programma missilistico iraniano, allora è un obiettivo che possiamo raggiungere”. Tutti si sono rimessi all’istinto del presidente. Lo avevano visto prendere decisioni difficili, affrontare rischi impensabili e in qualche modo uscirne vincitore. Nessuno lo avrebbe ostacolato adesso.
La ricostruzione si conclude così: “‘Credo che dobbiamo farlo’ ha detto il presidente. Il generale Caine ha detto a Trump che non doveva dare il via libera fino alle quattro del pomeriggio del giorno successivo. A bordo dell’Air Force One il pomeriggio seguente, 22 minuti prima della scadenza indicata dal generale Caine, Trump ha inviato il seguente ordine: L’operazione Epic Fury è approvata. Nessun annullamento. Buona fortuna”.



