(Marzia Giglioli)
Qualche nave attraversa lo Stretto di Hormuz. Riesce a transitare una portacontainer francese e passa anche una petroliera giapponese. La diplomazia sembra muoversi dietro le quinte e apre degli spiragli anche se i due attori principali, Usa e Iran, sono sempre distanti con Trump che ricorda a Teheran: “se non riaprite Hormuz entro 48 ore sarà l”inferno”.
La crisi energetica morde ormai mercati e l’emergenza si avvicina, comincia a scarseggiare il carburante per i voli e scattano le prime restrizioni.
La guerra non ha i tempi brevi che ci si attendeva e ognuno adesso deve fare i conti con le proprie economie, con le scorte e la sopportabilità dei prezzi. Con Hormuz bloccato c’e anche l’emergenza umanitaria per il mancato arrivo dei fertilizzanti necessari soprattutto all’agricoltura dell’Africa.
Nel vertice virtuale presieduto da Londra con oltre 40 Paesi si è parlato essenzialmente di mettere a segno una strategia diplomatica per ripristinare al più presto la navigazione nello stretto ma si è detto anche che bisogna fare in fretta: “La sua riapertura è urgente”, ha sottolineato la ministra degli Esteri britannica, Yvette Cooper, indicando che non si può più aspettare. La situazione attuale è quella che 2.000 petroliere e navi commerciali restano alla fonda e il commercio mondiale è in pericolo.
Si guarda alle Nazioni Unite ma per ora la strada su questo fronte sembra impantanarsi ed è stato rinviato il voto all’ Onu sul capitolo Hormuz.
Il Bahrain, che questo mese detiene la presidenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ha stabilito di posticipare: non se ne conoscono le ragioni e non si conosce la data fissata per il voto.
Secondo quanto riferito dai media Usa, il testo della risoluzione era stato significativamente edulcorato a causa dell’opposizione di Russia e Cina, ma non è bastato per sbloccare lo stallo.
Il progetto di risoluzione promosso dal Bahrain autorizzerebbe misure difensive (e non azioni offensive, come inizialmente sostenuto dalle nazioni del Golfo e dagli Stati Uniti) al fine di garantire il transito in sicurezza delle navi attraverso il canale, da cui passa abitualmente un quinto del petrolio mondiale.
Il Bahrain ha sollecitato il sostegno di tutti i 15 Stati del Consiglio, ma il rinvio del voto indica che la bozza, pur modificata, è ancora lontana dal consenso. E ora arriva anche il pugno duro di Trump, mentre si muovono gli altri Paesi per tentare un’ alternativa diplomatica, ribadita nella riunione a Londra che puntato sulla centralità dell’Onu. Tale vertice informale fa anche trapelare come i Paesi stiano guardando altrove e stiano tra loro cercando di formare un fronte di ‘volonterosi’ che possa aprire nuovi spiragli alle trattative.
Del resto, una operazione militare per liberare ora Hormuz sarebbe “irrealistica”, ha detto il presidente francese Emmanuel Macron.
Intanto l’Iran tira dritto nel voler far pagare un pedaggio alle navi e insieme all’Oman sta elaborando un protocollo per “monitorare il transito” delle imbarcazioni con il punto fermo che lo stretto sia chiuso solo “alle navi delle parti coinvolte nell’aggressione militare contro l’Iran”. Il resto è tutto da concordare.
Entro lunedì, data di scadenza dell’ultimatum americano, si vedranno gli sviluppi.
Da una parte ci sono i Paesi che si possono considerare ‘volenterosi’ che sembrano orientati a trovare vie alternative e, probabilmente, a farlo senza gli Stati Uniti, che su Hormuz hanno di fatto ‘scaricato’ gli alleati: “Noi non importiamo petrolio tramite lo stretto, i paesi che lo ricevono da Hormuz vadano lì e se lo prendano”, ha detto chiaro e tondo Donald Trump.
Ma ora il presidente Usa ricorda che L’Iran ha solo 48 ore per decidere e non c’è molto sul fronte di una de-escalation.



