Il peso strategico dell’impotenza / The strategic significance of powerlessness

(Marco Emanuele) 

Bombe, missili, droni: il solito armamentario, ‘migliorato’ tecnologicamente. La guerra, cattiva come la violenza dell’ambiente informativo in un dibattito pubblico tragico e banale, torna sempre come scelta d’impotenza. Ormai i più hanno capito che l’ennesima guerra in Medio Oriente, come molte altre in precedenza, non può fregiarsi dell’aggettivo ‘giusta’.

Impotenza significa de-generazione della potenza, perdita progressiva di generatività. La politica del terzo millennio è debolissima al punto di dover fare la guerra per dare un segno evidente della propria esistenza. Ma, dovrebbe essere chiaro a tutti, l’insostenibilità della situazione storica è evidente: il mondo non può sopportare tutto questo. Le ragioni sono varie: etiche, culturali, economiche, politico-istituzionali, giuridiche.

Sotto ogni punto di vista, e qualunque sia la nostra appartenenza partitica, ciò che attraversa le società umane è un vento malato. Il futuro dell’innovazione tecnologica è già presente ma il senso dell’umano langue, sembra smarrirsi tra le nebbie dei bombardamenti e nelle infinite contraddizioni moltiplicate nella condizione ‘onlife’. Se possono preoccuparci prospettive tecnologiche che ambiscono a sostituire l’uomo, ogni giorno ha la sua pena. Gli imperi sovrani cercano di imporre non-visioni legate a istinti primordiali, legge della giungla, caos per il caos.

Evocare la pace non basta. Serve costruirla con pazienza, mediazione, diplomazia. La vera potenza è nel dialogo. Talvolta, scrivendo, ci sentiamo come voci nel deserto. Ma proprio lì, nel deserto, serve fermarsi a riflettere: del tutto umano, ciò che stiamo vivendo è frutto di scelte deliberate e urlanti, minacciose, impotenti, troppo rischiose.

(English Version) 

Bombs, missiles, drones: the usual arsenal, technologically ‘upgraded’. War, as ugly as the violence of the information landscape in a tragic and banal public debate, always returns as a choice born of powerlessness. By now, most people have realised that yet another war in the Middle East, like so many before it, cannot claim to be ‘just’.

Powerlessness signifies the de-generation of power, a progressive loss of generativity. The politics of the third millennium is so weak that it must wage war merely to make a clear mark of its existence. Yet, it should be clear to all that the unsustainability of this historical situation is evident: the world cannot bear all this. The reasons are ethical, cultural, economic, political-institutional, legal.

From every point of view, and whatever our party affiliation, what is sweeping through human societies is a sick wind. The future of technological innovation is already here, but the human spirit languishes, seeming to lose itself in the mists of bombardment and in the endless contradictions multiplied in the ‘onlife’ condition. While we may be concerned by technological prospects that aim to replace humanity, every day brings its own suffering. Sovereign empires seek to impose non-visions rooted in primal instincts, the law of the jungle, chaos for chaos’ sake.

Evoking peace is not enough. We need to build it with patience, mediation and diplomacy. True power lies in dialogue. Sometimes, when writing, we feel like voices in the desert. But it is precisely there, in the desert, that we need to pause and reflect: entirely human, what we are experiencing is the result of deliberate choices that are screaming, threatening, powerless and far too risky.

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