Le macerie di questa guerra, a cominciare dalla Nato

(Marzia Giglioli) 

La guerra in Iran sembra avviarsi verso la fine, almeno per quanto riguarda l’intervento americano. Trump, se non avrà raggiunto tutti gli scopi che aveva e si era prefissato, darà la colpa agli Alleati per il mancato aiuto e il mancato obiettivo raggiunto.

E c’è da aspettarselo che, a cedere sotto le rovine, potrebbe essere soprattutto la Nato, perché ci sono tutti gli elementi perché ciò accada, e ora sembrano esserci anche le date.

ll segretario di Stato americano Marco Rubio ha messo ieri in discussione il rapporto transatlantico come mai prima d’ora, dichiarando che gli Stati Uniti dovranno “riesaminare” la loro relazione con l’alleanza militare una volta terminata la guerra contro l’Iran. E oggi si aggiunge l’intervista al Telegraph di Donald Trump che sta considerando seriamente il ritiro degli Usa dalla Nato definendo l’Alleanza, ancora una volta, “una tigre di carta”.

A Bruxelles, dal quartiere generale della Nato, la parola d’ordine è “mantenere la calma”. Secondo alcune fonti, non sarebbe la prima volta che le parole del presidente Usa vengono poi ridimensionate. Per ora, si preferisce confidare nel fatto che alcune posizioni si stemperino, ma certo il “no” dei Paesi europei all’uso delle basi militari legato al conflitto non sarà archiviato facilmente dalla Casa Bianca. Le dichiarazioni di Trump delle ultime ore tornano a surriscaldare ancora a una volta i toni.

Ma è inevitabile guardare già alle macerie di questa nuova guerra che, oltre alle conseguenze umanitarie, porterà con sé un’onda lunga su tutta l’economia globale, specialmente quella europea.

Lo Stretto di Hormuz, il cui passaggio sarà a pagamento, continuerà a far lievitare i prezzi, con un trattamento di favore probabilmente per Paesi più vicini a Teheran e non riguarderà certo l’Europa.

L’economia, che già sperimenta i contraccolpi dell’innalzamento dei prezzi delle materie prime, subirà ancora di più l’inflazione e un calo del PIL: gli indici di previsione si stanno già riposizionando al ribasso.

Bruxelles si prepara a convocare un summit straordinario dei leader dopo Pasqua, mentre ieri si è tenuta la riunione di emergenza dei ministri dell’Energia. Nessuno può ormai nascondere la preoccupazione sui rincari che segnano +70% sul gas, +60% sul petrolio, 14 miliardi di aumenti sulle bollette. E gli analisti concordano che bisognerà al più presto varare un pacchetto per arginare gli effetti di questa guerra che certo l’Europa non ha condiviso.

Finora lo shock breve può contare sugli argini, ma se la crisi si protrarrà diventa sempre più difficile proteggersi. Ci sono, intanto, gli ‘effetti paradosso’: al momento l’Iran ricava quasi il doppio dalle vendite di petrolio ogni giorno rispetto a prima della guerra. Una fonte ha riferito a The Economist che il paese esporta tra i 2,4 e i 2,8 milioni di barili di petrolio e prodotti petroliferi al giorno, di cui oltre la metà è greggio: una quantità pari o superiore alla media dell’anno scorso, ma a prezzi molto più alti e quasi tutto il petrolio transita attraverso l’isola di Kharg e sul suo destino e sui piani di Trump ci sono per ora solo ipotesi.

Le autorità iraniane sembrano intanto prepararsi a difendere Kharg e stanno accumulando scorte presso i loro terminali più piccoli. Tuttavia, questi terminali sarebbero in grado di gestire solo un quarto delle attuali esportazioni di petrolio iraniane, qualora Kharg venisse neutralizzata.
La partita si gioca tutta su questo fazzoletto di terra.

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