Uncertain States of America. Contare non basta

(Girolamo Boffa)

Non è destra contro sinistra. Il vero conflitto politico americano si gioca dentro il campo conservatore — lo spiega il sistema elettorale, e non solo

Cinque volte nella storia americana è successa una cosa che, a spiegarla così, sembra impossibile.

Un candidato ha preso più voti, in alcuni casi milioni di voti in più; ha vinto nelle grandi città, nelle aree più popolose, nelle regioni più ricche. La maggioranza degli americani lo voleva alla Casa Bianca.

Ma non è diventato presidente.

L’altro – quello che aveva preso meno voti, che aveva convinto meno americani – ha vinto.

Non è un paradosso. Non è un errore. Non è nemmeno una anomalia del sistema.

È il sistema che funziona esattamente come è stato progettato.

E capirlo è l’unico modo per capire dove va l’America nei prossimi dieci anni.

Due Americhe, un solo sistema

Gli Stati Uniti non eleggono il presidente contando i voti.

Li pesano.

Il meccanismo si chiama Collegio Elettorale: ogni Stato assegna un certo numero di grandi elettori, e vince la presidenza chi ne raccoglie la maggioranza — non chi ha più consensi nel paese. Il risultato è che un voto in Wyoming vale, in termini di influenza elettorale, quasi quattro volte un voto in California.

Non perché il sistema sia corrotto, ma perché è stato costruito per pesare i territori, non le persone.

Questa architettura ha una conseguenza precisa: esistono due Americhe che votano con la stessa scheda, ma non con lo stesso peso.

C’è un’America numerica — le grandi aree metropolitane, le coste, gli Stati più popolosi; alta densità, alta diversità, economia avanzata: è l’America che produce la maggioranza dei voti popolari democratici.

E c’è un’America territoriale — gli Stati meno popolosi, le aree rurali, le città medie; spazi vasti, comunità più omogenee, economia industriale e agricola: è l’America che produce la maggioranza dei grandi elettori repubblicani.

Quando le due Americhe sono molto distanti il voto popolare e il risultato elettorale smettono di coincidere. Ed è esattamente quello che è successo cinque volte – 1824, 1876, 1888, 2000, 2016 – in anni di massima polarizzazione.

Ed in tutti i casi ad essere eletto è stato il candidato repubblicano.

Non è una coincidenza. È una struttura.

La frattura non è geografica. È sociale.

Sarebbe comodo fermarsi qui e dire: è colpa del sistema elettorale. “Basterebbe riformarlo e tutto si aggiusterebbe”.

Non è così semplice, perché la frattura non nasce dalle regole, nasce dalla società.

Le persone vivono dove lavorano: un agricoltore non risiede ordinariamente in una grande città, un creativo difficilmente si stabilisce tra i pozzi di petrolio del Texas. Non è una scelta politica — è la logica elementare dell’economia e della vita. Eppure quella distribuzione fisica è diventata, negli ultimi trent’anni, una distribuzione politica quasi perfetta.

La trasformazione economica — globalizzazione, automazione, ascesa dell’economia cognitiva — ha diviso l’America non tra ricchi e poveri, ma tra inclusi ed esclusi; tra chi ha beneficiato dell’integrazione globale e chi ne ha pagato il prezzo; tra chi lavora con le idee e chi lavora con le mani.

E queste due categorie si sono progressivamente concentrate in luoghi diversi: le città le prime, i territori le seconde.

La polarizzazione politica che vediamo sulle mappe elettorali non è la causa di questa divisione, ne è la conseguenza visibile.

La mappa non disegna due Americhe: le rende visibili.

Il segnale più chiaro di questa trasformazione strutturale è il voto dei non laureati. Fino agli anni Novanta votavano prevalentemente democratico — erano il cuore del blocco operaio rooseveltiano, oggi sono il cuore elettorale repubblicano.

Non hanno cambiato valori: è cambiata la loro posizione nel sistema economico.

E il voto ha seguito.

Non si vota più per classe, si vota per posizionamento; per quello che si è, per dove si vive, per cosa si percepisce del proprio futuro. E questo posizionamento è sempre più stabile, sempre più ereditario, sempre più difficile da modificare con una campagna elettorale o uno slogan ad effetto.

Il problema è che questa frattura non si sta attenuando. Si sta approfondendo.

La popolazione americana continua a concentrarsi nelle grandi aree metropolitane: California, Texas, Florida, New York raccolgono quote crescenti di abitanti, ma il numero di Stati non cambia. Il Senato resta fermo: Wyoming e California hanno lo stesso numero di senatori, indipendentemente dal fatto che la California abbia sessanta volte la popolazione del Wyoming.

Ed il Collegio Elettorale eredita questo squilibrio, amplificandolo.

Più la società si concentra, più il potere si disperde.

È una dinamica cumulativa: demografia, geografia e architettura istituzionale si muovono tutte nella stessa direzione, e nessuna di esse è riformabile nel breve periodo.

Il risultato è un paradosso destinato ad allargarsi: puoi avere milioni di voti in più e perdere ugualmente; e domani sarà ancora più facile che accada.

Chi è forte nel sistema, chi è forte nel tempo

Messi insieme, questi elementi disegnano un quadro preciso per i prossimi due mandati presidenziali.

I Repubblicani sono forti nel sistema. Controllano i territori che il Collegio Elettorale sovrarappresenta: la loro base è distribuita meglio, non più numerosa, e, in un sistema che pesa i voti invece di contarli, questa è la variabile decisiva.

I Democratici sono forti nel tempo. La demografia lavora per loro: le nuove generazioni, le minoranze in crescita, i laureati in aumento — sono tutti segmenti che tendono verso il blocco progressista, ma quella forza si concentra nei posti sbagliati, negli Stati già sicuri, nelle città che il sistema sottorappresenta.

Le due curve non coincidono: i Repubblicani vincono oggi con un sistema che domani potrebbe non bastare più; i Democratici aspettano un futuro demografico che il sistema attuale continua a differire.

Entrambi dovrebbero cambiare per vincere davvero — i Repubblicani allargarsi socialmente, i Democratici ridistribuirsi territorialmente; ma cambiare significa perdere una parte di sé, alienare la base, contraddire l’identità costruita in decenni.

Quando i partiti non riescono ad adattarsi alla società che cambia, la politica non evolve. Si irrigidisce.

I Democratici non sono assenti, sono incompiuti: hanno una base ampia ma non una forma politica definita per il sistema in cui operano.

Il GOP ha una forma chiara, ma una base più stretta nel tempo.

E nella politica americana di oggi, la chiarezza pesa più dei numeri.

Tutto questo disegna un vantaggio strutturale repubblicano nei prossimi due cicli elettorali. Non una certezza — la politica non è mai aritmetica pura — ma una probabilità strutturata, fondata su meccanismi che non si correggono in una legislatura.

C’è però una variabile che il sistema non può controllare. Si chiama Trump.

Il consenso MAGA non è costruito sui singoli temi. È costruito su una percezione complessiva — di perdita, di reazione, di rivalsa: economia, sicurezza, immigrazione, cultura non sono ambiti distinti, sono le forme attraverso cui si esprime una stessa domanda di controllo, riconoscimento e stabilità.

Non è una piattaforma politica. È una visione del mondo.

Il vantaggio strutturale del GOP si realizza attraverso Trump o si perde attraverso di lui, perché Trump è l’unico interprete credibile di quella visione del mondo — il solo che la incarna invece di rappresentarla.

Tutto dipende da quanto Trump riesce a mobilitare senza innescare una contro-mobilitazione più forte; è un equilibrio sottile e Trump non è noto per la sua sottigliezza.

Il sistema americano non si sta deformando, sta portando alle estreme conseguenze la sua logica originaria: più la società si concentra, più il potere si disperde.

Il pallino lo ha in mano il GOP… anzi Trump.

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