Prendere voti, fare politica

(Girolamo Boffa) 

Nella politica contemporanea accade spesso di confondere la forza elettorale con la forza politica. Non si equivalgono, non coincidono, non si traducono automaticamente l’una nell’altra. E confonderle costa caro, perché il consenso elettorale non è una cambiale in bianco sulla qualità politica.

La forza elettorale è il consenso che ti viene dato — misura quante persone ti hanno scelto in un certo momento: è una delega. La forza politica è la capacità di trasformare quella delega in direzione: di cambiare le cose, costruire alleanze, resistere alle pressioni, lasciare un segno che dura oltre il mandato: è una qualità. La prima si conquista la sera delle elezioni, la seconda si dimostra nel tempo. Si può avere l’una senza l’altra, in entrambe le direzioni.

Ma il tema è il modo stesso in cui la politica si costruisce.

La politica cresce nel confronto, anche competitivo; la negoziazione e la dialettica non disperdono energia — la producono. È nello scontro regolato che una linea si chiarisce, che una leadership si misura, che una comunità politica prende forma.

Un partito che si confronta al suo interno non si indebolisce — si tempra: il surplus di energia e di pensiero resta patrimonio collettivo nel tempo, ben oltre il risultato elettorale, che ne è espressione contingente. La dialettica interna non è un problema da gestire: è il processo attraverso cui una comunità politica diventa qualcosa di più della somma delle sue componenti. Chi la contesta in nome dell’unità non ottiene coesione — ottiene unanimismo, che dell’unità è la contraffazione.

E le contraffazioni reggono finché non vengono messe alla prova.

Vale lo stesso sul piano sistemico: una democrazia è sana non quando la maggioranza governa bene, ma quando l’opposizione controlla in modo credibile. Il contrappeso non è un accessorio del sistema — è la sua condizione di funzionamento.

La resistenza di una catena non si misura sull’anello più forte, ma sul più debole; senza una opposizione qualificata, la democrazia non degenera in dittatura, ma in qualcosa di più insidioso: un’egemonia ratificata dal voto, dove il dissenso esiste ma non pesa. E una maggioranza senza opposizione credibile non è libera — è sola: governa nel vuoto, senza tensione, e, senza accorgersene, si indebolisce politicamente.

È la pressione del contrappeso che tiene la politica in forma.

Senza consenso elettorale una proposta politica, anche importante, resta esercizio intellettuale e non si radica, ma il consenso non costituisce la certificazione della sostanza: un exploit elettorale può certificare un momento senza garantire futuro. La forza elettorale è una fotografia, la forza politica è un processo.

Accade che partiti che vincono spariscano e che partiti che perdono spostino il mondo perché il voto è misura del consenso ma è il tempo che misura la politica.

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