La tregua di 5 giorni, una mossa per prendere tempo?

(Carlo Rebecchi) 

Quarantotto ore fa Donald Tump ha cantato vittoria: “Abbiamo vinto la guerra. L’Iran ci ha fatto un grande regalo su petrolio e gas. Teheran ha accettato di non dotarsi mai di un’arma nucleare”. E si parlava anche di un imminente negoziato in corso (senza però dire con chi), guidato per l’America dal vicepresidente J.D Vance. Oggi, ventiseiesimo giorno di guerra, Teheran ha smentito tutto. “La nostra prima e ultima parola è stata la stessa fin dal primo giorno, e tale rimarrà: qualcuno come noi non scenderà mai a compromessi con qualcuno come voi. Né ora, né mai”: così ha parlato oggi il tenente colonnello Ebrahim Zolfaghari in un messaggio pre-registrato trasmesso dalla televisione iraniana di stato.

La dichiarazione dell’alto ufficiale iraniano è giunta poco dopo che l’amministrazione Trump ha inviato all’Iran, tramite il Pakistan, un piano di cessate il fuoco in 15 punti che, secondo il presidente Usa, era stato accettato. “Chi si autoproclama superpotenza globale – ha proseguito il tenente colonnello rivolto a Trump – si sarebbe già tirato fuori da questo pasticcio se avesse potuto. Non mascherate la vostra sconfitta come un accordo. La vostra era di vuote promesse si è trasformata in un fallimento strategico”. Secondo l’iraniana Press TV, Teheran ha respinto la proposta Usa definendola “eccessiva” e affermato che l’Iran porrà fine alla guerra quando saranno soddisfatte le sue condizioni, tra cui “la cessazione degli attacchi e degli assassinii, garanzie contro futuri conflitti, il pagamento dei danni di guerra, la fine dei combattimenti su tutti i fronti che coinvolgono gruppi alleati e il riconoscimento dell’autorità iraniana sullo Stretto di Hormuz”.

Gli osservatori ritengono, a questo punto, che la tregua di cinque giorni decisa da Trump possa essere servita a “prendere tempo” e mettere mano nel frattempo a un rafforzamento del dispositivo militare. Da due o tre giorni, infatti, almeno settemila militari, tra cui più di duemila marines, si stanno spostando da basi negli Stati Uniti e in Asia verso il Golfo. E guarda caso, si osserva, dovrebbero essere operativi venerdì, proprio il giorno in cui scade la tregua. Pronti, se necessario, a passare all’azione per garantire il transito delle petroliere nello Stretto di Hormuz, di cui Trump ha riconosciuto l’urgenza se si vuole evitare una crisi economica mondiale.

Il passaggio delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz potrebbe essere garantito, affermano gli esperti militari, senza invadere l’Iran. Una testa di ponte per un intervento rapido potrebbe essere l’occupazione dell’ isoletta iraniana di Kharg, che è il punto di carico di quasi tutto il petrolio iraniano. E, non a caso, secondo la stampa americana e in particolare il New York Times, tra i rinforzi in arrivo nel Golfo ci sono due battaglioni di 800 uomini ciascuno della Forza di intervento rapido della 82/ma divisione, che sono in grado di essere operativi in diciotto ore in ogni punto del mondo.

Un’eventuale operazione su Kharg potrebbe essere compiuta in una prima fasce dai paracadutisti, che occuperebbero l’isola e preparerebbero il terreno per l’arrivo dei marines ai cui reparti del Genio toccherebbe di rendere praticabile il piccolo aeroporto che è stato danneggiato nei bombardamenti americani della settimana scorsa. E che, una volta fatte le riparazioni necessarie, potrebbe essere utilizzato per l’invio, con aerei C 130, di materiali e truppe e mezzi pesanti da utilizzare in caso di azioni iraniane di difesa.

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