Anatomia del potere. L’altro nemico

(Girolamo Boffa) 

La democrazia non ha un solo nemico, ma due, che si affrontano da avversari e lavorano da complici.

L’articolo precedente ha mostrato come opera il potere rispetto alla democrazia: come la scala, la deforma, come la rappresentanza la scherma, come il verticismo non ne sia la degenerazione ma la risposta strutturale inevitabile.

Ma il potere non è l’unico agente in campo.

La democrazia ha un secondo vettore della propria erosione, che non viene dall’alto — come il potere — ma dal basso: è il cittadino che la svuota con la stessa efficacia, senza saperlo e senza volerlo. Entrambi si muovono in direzioni convergenti senza essersi mai accordati, si incontrano a metà strada, e il risultato è lo stesso: una democrazia formalmente intatta e sostanzialmente vuota.

La differenza è nel grado di consapevolezza.

Il voto come disimpegno

Il cittadino democratico moderno non è il cittadino della polis: non delibera, non appare nello spazio comune, non si espone.

Vota, delega, si ritira – che è esattamente quello che il sistema gli rende conveniente fare.

Partecipare ha un prezzo reale: studiare i candidati, seguire i lavori parlamentari, ricordare le promesse. Richiede tempo, attenzione, energia.

La delega, invece, è un gesto solo: un voto ogni quattro o cinque anni, e poi silenzio. Nel calcolo immediato, è la scelta razionale, quella che massimizza il risultato minimizzando lo sforzo.

Il cittadino non è pigro, è semplicemente in un sistema dove ogni attore segue il proprio interesse immediato e, quando tutti lo fanno, il risultato collettivo è la progressiva erosione della partecipazione reale.

Così il voto smette di essere un atto di controllo e diventa un atto di disimpegno: il cittadino non elegge un rappresentante per vigilare su di lui, lo elegge per non doverlo fare.

La somma delle abdicazioni

Ma la delega non è l’unica forma in cui il cittadino contribuisce all’erosione; ce n’è una più silenziosa, e più decisiva.

Gli strumenti che avrebbero potuto tenerlo dentro la democrazia vengono smontati uno per uno — le sezioni di partito, la preferenza nominale, il sindacato come contropotere — e il cittadino non li difende, non perché non se ne accorga, ma perché frequentare una sezione è un impegno, controllare i candidati è complicato, il conflitto è scomodo. Ogni rinuncia è comprensibile presa da sola, ma la somma è la fine della sovranità reale.

Il paradosso si fa ancora più acuto quando il cittadino – come nei referendum del 1991 e del 1993 – utilizza lo strumento democratico nella convinzione di colpire il sistema ma con il solo effetto di indebolire la propria capacità di partecipazione.

La democrazia formale rimane intatta. La sovranità reale è già oligarchia.

Non colpa, logica

Sarebbe comodo concludere che il cittadino è colpevole. Non è così — o almeno, non è solo così.

La complicità del cittadino non è una colpa morale individuale: è l’esito prevedibile di un sistema che ha in sé le logiche per rendere la delega razionale e la partecipazione irrazionale. Non c’è bisogno di una cospirazione, è sufficiente che ogni attore segua il proprio interesse immediato.

Non è teoria: è un meccanismo che gira da solo.

La democrazia non viene tradita dall’esterno, porta in sé le condizioni della propria erosione e quelle condizioni producono un circolo che si autoalimenta: il sistema è farraginoso — il cittadino delega — la delega riduce la pressione — il sistema diventa ancora più farraginoso perché non c’è nessuno a tenerlo in tensione — il cittadino delega ancora di più.

Non è un complotto. È entropia.

Il pulsante dell’autodistruzione non viene premuto da nessuno in particolare, ma ogni volta che un cittadino razionalmente preferisce non partecipare. Mille volte al giorno, in mille luoghi diversi, senza che nessuno se ne accorga.

Quando il potere si scherma e il cittadino si ritira, ciò che rimane non è il vuoto. È il rumore.

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