(Carlo Rebecchi)
L’ Europa è la principale vittima della chiusura dello stretto di Hormuz ma neppure la previsione di una possibile crisi economica mondiale riesce ad accelerare i ritmi delle decisioni politiche. Così, a fronte dei bombardamenti che nel Golfo cominciano a coinvolgere anche i giacimenti e le infrastrutture energetiche, petrolio e gas – facendo ancora una volta schizzare verso l’ alto il prezzo di petrolio e gas – sei paesi “volonterosi”, che si sono impegnati nella ricerca di una soluzione, non sono riusciti ad annunciare niente di più di uno ”stiamo facendo il possibile”.
E pensare che le indiscrezioni filtrate già alla fine della mattinata sembravano aver soddisfatto persino Donald Trump, che nei giorni scorsi aveva chiesto agli alleati della Nato, senza però averlo, l’aiuto per ristabilire il transito delle petroliere a Hormuz. Oggi li ha definiti “più disponibili” pensando ad un cambiamento di posizione, che invece non c’è stato. Per i “volonterosi” – Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Olanda e Giappone – un eventuale coinvolgimento passa sempre attraverso una de-escalation con la fine dei bombardamenti. E, altro ostacolo finora per Trump, il coinvolgimento delle Nazioni Unite.
Il “vulnus” inferto da come si è arrivati al blocco dello Stretto è troppo grave, per i Ventisette, perché un eventuale aiuto europeo al presidente degli Stati Uniti possa essere preso con leggerezza. Lo si era capito subito, oggi – ventesimo giorno di guerra – quando il vertice è cominciato. Il presidente Macron, scuro in faccia, ha definito l’attacco israeliano di qualche ora prima contro il più importante giacimento iraniano di gas “una sconsiderata escalation”. E la sintesi degli altri che hanno parlato, come la rappresentante dell’Unione Kaja Kallas o il premier spagnolo Sanchez, è “siamo di fronte ad una guerra illegale”, “fuori dal diritto internazionale”.
I sei volonterosi hanno cercato oggi quella che hanno chiamato “una definizione politica” dell’eventuale missione per aiutare Trump ad uscire dalla trappola tesagli dagli iraniani bloccando il transito nel Golfo. I francesi, per esempio, si sono detti pronti a contribuire agli sforzi necessari per garantire “la sicurezza dei transiti nello Stretto”. Si è poi scoperto che i britannici avevano già annunciato di volere l’elaborazione di un piano con altri paesi “dell’Europa, del Golfo e degli Stati Uniti” non “per garantire” ma “per ristabilire” il transito delle navi, che sono due cose ben diverse.
Il documento di impostazione politica non conteneva poi il punto fondamentale: che il tutto deve avvenire, come dice l’Italia, sotto la bandiera delle Nazioni Unite. Altrimenti non se ne fa nulla. Comunque, ogni sforzo per una soluzione e un contributo europeo al momento sembra inutile.



